Medinews
17 Settembre 2013

STUDIO ZOOM: EFFICACIA E SICUREZZA DELLA SOMMINISTRAZIONE DI ACIDO ZOLEDRONICO OGNI 12 VS 4 SETTIMANE NEL TRATTAMENTO PROLUNGATO DI PAZIENTI CON METASTASI OSSEE DEL TUMORE MAMMARIO

I risultati dello studio ZOOM di fase 3, aperto, randomizzato, di non-inferiorità, pubblicati sulla rivista The Lancet Oncology (leggi abstract), supportano la riduzione della frequenza di somministrazione di acido zoledronico a un regime ogni 12 settimane per limitare l’esposizione durante il secondo anno di trattamento, conservando al contempo l’efficacia terapeutica. L’acido zoledronico ha mostrato ridurre gli eventi scheletrici in pazienti con carcinoma mammario, ma dubbi sono stati sollevati sulla somministrazione mensile prolungata. Ricercatori dell’IRST IRCCS di Meldola e colleghi, coordinati dal gruppo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, hanno valutato l’efficacia e la sicurezza di una frequenza di somministrazione ridotta di acido zoledronico in donne precedentemente trattate ogni mese con il farmaco. Nello studio ZOOM di fase 3, di non-inferiorità, che ha interessato 62 centri italiani, sono state arruolate pazienti con tumore mammario che presentavano una o più metastasi ossee e avevano completato 12 – 15 mesi di trattamento mensile con acido zoledronico. Le pazienti sono state randomizzate (1:1), con distribuzione casuale a blocchi scambiati (4 – 8 pazienti), stratificate per centro, ad acido zoledronico (4 mg) ogni 12 settimane oppure ogni 4 settimane e seguite per almeno un anno. Sia le pazienti che gli investigatori erano a conoscenza dell’allocazione di trattamento. L’outcome’ primario era il tasso di morbidità scheletrica (eventi scheletrici per paziente per anno) nella popolazione ‘intention-to-treat’ e gli autori hanno utilizzato come margine di non-inferiorità il valore di 0.19. Dopo aver valutato 430 pazienti, 425 sono state arruolate nello studio: 209 assegnate al gruppo di trattamento ogni 12 settimane e 216 a quello ogni 4 settimane. Il tasso di morbidità scheletrica è risultato pari a 0.26 (IC 95%: 0.15 – 0.37) nel primo gruppo vs 0.22 (IC 95%: 0.14 – 0.29) nel secondo. La differenza tra gruppi era 0.04 e il limite superiore nell’analisi a una coda con IC 97.5% era di 0.17, più basso rispetto al margine di non-inferiorità fissato. Gli eventi avversi di grado 3 – 4 più comuni erano dolore osseo (56 pazienti [27%] nel gruppo di trattamento ogni 12 settimane vs 65 [30%] in quello di 4 settimane), nausea (rispettivamente 24 [11%] vs 33 [15%]) e astenia (rispettivamente 18 [9%] vs 33 [15%]); eventi avversi a carico del sistema renale si sono manifestati in una sola paziente inclusa nel gruppo che ha ricevuto il trattamento ogni 12 settimane (< 1%) vs 2 in quello di 4 settimane (1%); una paziente in questo secondo gruppo (< 1%) ha sviluppato insufficienza renale acuta di grado 1. Osteonecrosi della mandibola si è sviluppata in 4 pazienti nel gruppo a 12 settimane e in 3 in quello a 4 settimane. Non sono stati riportati decessi legati al trattamento. La concentrazione mediana di telopeptide N-terminale dopo 12 mesi è variata, rispetto al basale, in misura maggiore nel gruppo di trattamento ogni 12 settimane che in quello di 4 settimane (12.2 vs 0.0%; p = 0.011). In conclusione, i risultati suggeriscono la possibilità di diminuire la frequenza di somministrazione di acido zoledronico a un regime di trattamento ogni 12 settimane per limitare l’esposizione al secondo anno, pur mantenendo l’efficacia terapeutica. Tuttavia, gli effetti sul telopeptide N-terminale dovrebbero essere approfonditi prima di modificare l’attuale regime.
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