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30 Ottobre 2012

PREVISIONE DI MALATTIA CARDIOVASCOLARE MIGLIORA CON VALUTAZIONE DI PROTEINA C-REATTIVA O FIBRINOGENO ACCANTO AL MODELLO PROGNOSTICO STANDARD

In uno studio dell’Emerging Risk Factor Collaboration, la valutazione dei livelli di proteina C-reattiva (CRP) o di altri marcatori di infiammazione (come il fibrinogeno) nelle persone a rischio intermedio di eventi cardiovascolari potrebbe prevenire un ulteriore evento in un periodo di 10 anni ogni 4-500 persone esaminate secondo le linee guida di trattamento attuali. Gli autori dello studio hanno analizzato i dati di 52 studi prospettici che includevano circa 250.000 persone che non avevano mai ricevuto diagnosi di malattia cardiovascolare. L’inserimento dell’informazione sul colesterolo HDL nel modello prognostico per la malattia cardiovascolare, che include età, sesso, abitudine al fumo, pressione arteriosa, storia di diabete e colesterolo totale, aumenta il valore del C-index, una misura di discriminazione del rischio, di 0,0050. L’ulteriore aggiunta a questo modello dei valori di CRP o di fibrinogeno innalza il valore del C-index rispettivamente di 0,0039 e 0,0027 e permette un miglioramento netto della riclassificazione rispettivamente dell’1,52 e 0,83% per tutte le categorie predittive del rischio a 10 anni: ‘basso’ (< 10%), ‘intermedio’ (da 10 a < 20%) e ‘alto’ (≥ 20%) (p < 0,02 per entrambi). Gli autori hanno stimato che in 100.000 adulti con più di 40 anni, inizialmente 15.025 persone sarebbero classificate a rischio intermedio di evento cardiovascolare se fossero usati i soli fattori di rischio. Assumendo di iniziare una terapia a base di statine, secondo le linee guida dell’Adult Treatment Panel III (ad es. in persone con previsione di un rischio ≥ 20% e per quelle con altri fattori di rischio come il diabete, indipendentemente dai 10 anni di rischio predetto), la valutazione dei livelli di CRP o fibrinogeno nei rimanenti 13.199 partecipanti a rischio intermedio potrebbe aiutare a prevenire circa 30 altri eventi cardiovascolari nel corso di 10 anni.

New England Journal of Medicine
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