martedì, 4 agosto 2020
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4 Giugno 2012

SPECIALE ASCO 2012 – N. 3, 03/06/2012

Chicago, 3 giugno 2012

GIANNI BONADONNA BREAST CANCER AWARD AND LECTURE 2012

Monica Morrow è la vincitrice del Gianni Bonadonna Award and Lecture 2012. Il titolo del riconoscimento, assegnato quest’anno per la prima volta a un chirurgo dalla sua istituzione nel 2007, è ‘Collaborare per sconfiggere il cancro’. La Morrow ha ricevuto il premio per essersi distinta negli sforzi verso un approccio multidisciplinare nella gestione del tumore del seno, rendendo la figura del chirurgo sempre più importante all’interno dell’equipe medica. La dott.ssa Morrow ha iniziato la sua attività in un’epoca in cui le famiglie erano riluttanti a comunicare la diagnosi di tumore ai pazienti. Nel corso della sua carriera, la Morrow ha assistito a un cambiamento nell’approccio complessivo alla malattia: si è passati dal vivere il cancro come una “brutta parola” a una disciplina, l’oncologia, che può fare la differenza nel trattamento del paziente. Direttore del Breast Surgery Service, Co-direttore del Breast Program, presidente dell’Anne Burnett Windfohr Clinical Oncology al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center (MSKCC), Monica Morrow è anche professoressa di chirurgia al Weill Cornell Medical College, presidente della Society of Surgical Oncology e redattore della rivista ASCO Daily News.

IMMUNOTERAPIA, IL NUOVO PILASTRO DELLE CURE ANTICANCRO

L’immunoterapia in oncologia, che mira a ‘risvegliare’ la risposta del sistema immunitario contro i tumori, ”diventerà il nuovo pilastro” per il trattamento del cancro. Ne è convinto il responsabile mondiale Ricerca e sviluppo in oncologia di Bristol-Myers Squibb, Renzo Canetta, evidenziando i passi avanti ottenuti dal trattamento con l’anticorpo ipilimumab, già autorizzato contro il melanoma e in sperimentazione per il cancro al polmone e alla prostata. ”L’approccio dell’immunoncologia – ha spiegato Canetta nella terza giornata del Congresso ASCO – sta diventando una modalità di trattamento per il tumore di pari importanza rispetto alla chemioterapia e alle altre terapie tradizionali”. Oggi si punta a ”combinazioni totalmente immunologiche o con altre modalità. In alcuni casi – ha continuato Canetta – però l’immunoterapia può soppiantare i trattamenti classici e oggi ci sono pazienti negli Usa, dove la procedura è stata già approvata, che usano come primo approccio, ovvero in prima linea, proprio il trattamento immunologico”. Quest’anno, ha annunciato Canetta, ”presenteremo un dossier per la registrazione di ipilimumab per trattamenti di prima linea anche in Europa”. In Italia, dove il farmaco non è ancora presente, ”lo stiamo rendendo disponibile – afferma l’esperto – attraverso l’accesso agli studi clinici”. L’approccio dell’immunoterapia in oncologia insomma, ha concluso Canetta, è come ”aprire un vaso di Pandora di opportunità enormi per il trattamento di patologie tumorali che presentano gli stessi meccanismi di resistenza ai farmaci”.

REGORAFENIB PROLUNGA LA SOPRAVVIVENZA DEI PAZIENTI CON CARCINOMA METASTATICO DEL COLON-RETTO

Regorafenib è un nuovo inibitore multi-chinasico, attivo per via orale, che ha dimostrato un significativo miglioramento della sopravvivenza globale (OS) e libera da progressione (PFS), rispetto al placebo, in uno studio randomizzato, multicentrico, di fase III, in pazienti con cancro metastatico del colon-retto che hanno manifestato progressione della malattia nei primi 3 mesi dopo l’ultima terapia standard. Allo studio CORRECT, presentato oggi all’ASCO (leggi abstract), hanno partecipato quattro gruppi italiani (Ospedale San Martino di Genova, Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, Università di Pisa e Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma). In totale, 760 pazienti sono stati randomizzati 2:1 a regorafenib (n = 505) o a placebo (n = 255). In una analisi ad interim già pianificata l’endpoint primario di OS è stato raggiunto: OS e PFS erano significativamente migliori nel braccio in trattamento con regorafenib (OS: HR 0.77, mediana 6.4 vs 5.0 mesi; PFS: HR 0.49, mediana 1.9 vs 1.7 mesi). Benefici comparabili di OS e PFS sono stati osservati in analisi esplorative di sottogruppo, distinte per regione, età, tempo dalla diagnosi di carcinoma metastatico alla randomizzazione, precedenti linee di trattamento e stato KRAS. Gli eventi avversi di grado superiore a 3 più frequenti erano reazioni cutanee mano-piede, fatigue, ipertensione, diarrea e rash/desquamazione.

TRASTUZUMAB EMTANSINA (T-DM1) MIGLIORA LA PFS IN DONNE CON CANCRO MAMMARIO AVANZATO HER2-POSITIVO REFRATTARIO A TRASTUZUMAB

Un miglioramento significativo e clinicamente importante della sopravvivenza libera da progressione (PFS) è il risultato più eclatante dello studio internazionale, multicentrico, randomizzato, aperto, di fase III, presentato oggi al meeting annuale dell’ASCO da Kimberly L. Blackwell della Duke University di Durham (leggi abstract). Lo studio EMILIA, cui ha collaborato il prof. Luca Gianni, Ospedale San Raffaele di Milano, ha interessato pazienti trattate, fino a progressione o tossicità intollerabile, con T-DM1 oppure capecitabina (X) e lapatinib (L), unico trattamento attualmente approvato per il cancro mammario HER2-positivo metastatico o localmente avanzato refrattario a trastuzumab (T), che era stato somministrato in prima linea con un taxano. T-DM1 è un coniugato anticorpo-farmaco che unisce trastuzumab con il potente agente citotossico emtansina (DM1) e quindi incorpora entrambe le attività, con l’anticorpo che porta a destinazione il farmaco citotossico alle cellule tumorali. Delle 991 pazienti arruolate, 978 hanno ricevuto il trattamento. Il follow-up mediano è stato di 12.9 mesi per T-DM1 e 12.4 mesi per XL. Le pazienti hanno mostrato un significativo miglioramento della sopravvivenza libera da progressione con T-DM1 (PFS: 9.6 vs 6.4 mesi con XL; HR 0.65; p < 0.0001). La sopravvivenza globale (OS) mediana non è stata raggiunta con T-DM1, mentre è risultata di 23.3 mesi con XL (HR 0.621; p = 0.0005). T-DM1 è stato ben tollerato; i più comuni eventi avversi di grado 3 o superiore erano trombocitopenia, innalzamento di AST e ALT con T-DM1, mentre erano diarrea, eritrodisestesia palmo-plantare e vomito con XL.

CARCINOMA PROSTATICO: DEPRIVAZIONE ANDROGENA INTERMITTENTE VS CONTINUA

Lo studio internazionale di fase III, condotto da ricercatori statunitensi in collaborazione con colleghi europei e canadesi, presentato oggi al meeting annuale dell’ASCO (leggi abstract) suggerisce che non esiste evidenza di non-inferiorità della deprivazione androgenica intermittente (IAD) rispetto alla continua (CAD) nel trattamento di pazienti con tumore prostatico metastatico ormono-sensibile (HSM1PC), ma che IAD è non-inferiore a CAD nella malattia estesa, mentre è statisticamente inferiore nella malattia minima, e ciò porta a suggerire CAD a questi pazienti. La maggior parte dei pazienti sottoposti a deprivazione androgenica manifesta resistenza alla castrazione e una mediana di sopravvivenza di 2.5 anni. Il processo è adattativo e richiede l’attivazione di geni che producono fattori di crescita autocrini e paracrini che contribuiscono alla vitalità delle cellule tumorali. Gli autori hanno ipotizzato che sostituendo gli androgeni prima che si manifesti la resistenza si potrebbe mantenere la dipendenza da androgeni e il trattamento IAD potrebbe offrire una migliore qualità di vita a questi pazienti. Nello studio sono stati inclusi 3040 pazienti arruolati dai gruppi SWOG, CALGB, ECOG, NCIC ed EORTC tra maggio 1998 e settembre 2008. Dopo 7 mesi di trattamento con goserelin e bicalutamide, 1535 pazienti eleggibili hanno mostrato riduzione di PSA a livelli ≤ 4.0 e sono quindi stati randomizzati a CAD (n = 759) o IAD (n = 770). Gli eventi avversi di grado 3 – 4 erano comparabili (rispettivamente 32.6 vs 30.3%). Al follow-up mediano di 9.2 anni, la sopravvivenza globale mediana e a 10 anni erano rispettivamente di 3.6 anni e 17% nell’intera coorte di pazienti dall’entrata nello studio, mentre erano 5.8 anni e 29% dalla randomizzazione a CAD e 5.1 anni e 23% dalla randomizzazione a IAD (HR IAD/CAD 1.09). Nessuna interazione con la terapia è risultata significativa, eccetto una tendenza alla diffusione della malattia (p = 0.08; malattia estesa HR 0.96 e malattia minima HR 1.23). Il carcinoma prostatico è stato causa di morte nel 56% dei pazienti trattati con CAD e nel 64% di quelli in IAD; nessuna differenza è stata osservata rispetto alla razza.

BENDAMUSTINA E RITUXIMAB NEL TRATTAMENTO IN PRIMA LINEA DI PAZIENTI CON LINFOMA INDOLENTE E A CELLULE MANTELLARI

Ricercatori tedeschi afferenti allo Study Group Indolent Lymphomas (StiL) hanno presentato oggi al meeting ASCO nuovi dati dello studio multicentrico, randomizzato, di fase III (leggi abstract) che ha comparato bendamustina in associazione a rituximab (B-R) con la combinazione CHOP-R nel trattamento di prima linea in pazienti con linfoma indolente o a cellule mantellari (LCM). Nei pazienti con linfoma indolente mai trattati prima e in quelli anziani con LCM, la combinazione B-R ha favorito la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e offerto una migliore tollerabilità rispetto a CHOP-R. Dei 549 pazienti randomizzati, 514 erano valutabili (261 con B-R e 253 con CHOP-R). Ad un follow-up mediano di 45 mesi, la PFS è risultata significativamente più lunga nei pazienti con B-R (HR 0.58; p < 0.001). La PFS mediana era 69.5 vs 31.2 mesi rispettivamente per B-R e CHOP-R; il beneficio osservato nel primo gruppo di pazienti era costante per tutti i sottotipi istologici, eccetto per il linfoma della zona marginale, ed era indipendente dall’età (HR 0.52 in pazienti di età ≤ 60 anni [n = 199] vs HR 0.62 con > 60 anni [n = 315]). Solo 74 trattamenti di salvataggio sono stati iniziati nel gruppo trattato con B-R, mentre erano 116 nel gruppo CHOP-R, tra questi 52 pazienti sono stati trattati con B-R. La sopravvivenza globale, che non era l’endpoint primario, non ha mostrato differenze tra i due bracci (B-R e CHOP-R), nei quali sono stati registrati rispettivamente 43 e 45 decessi. Venti tumori maligni secondari si sono sviluppati nel gruppo trattato con B-R e 23 nel gruppo CHOP-R, con una neoplasia ematologica per ciascun gruppo (SMD e LMA, rispettivamente).

CHEMIO-RADIOTERAPIA VS SOLA RADIOTERAPIA IN PAZIENTI CON OLIGO-DENDROGLIOMA ANAPLASTICO

Il trattamento con procarbazina, lomustina e vincristina (PVC) seguito da immediata radioterapia (RT) sembrerebbe molto efficace nei pazienti con oligodendroglioma anaplastico, puro (AO) o misto (AOA), portatori di co-delezione 1p/19q. Lo studio presentato oggi al congresso ASCO (leggi abstract) suggerisce anche che la co-delezione 1p/19q avrebbe valore prognostico e predittivo e il beneficio iniziale sulla sopravvivenza libera da progressione (PFS) nei casi di co-delezione sembra foriero anche di prolungata sopravvivenza globale (OS). Gli AO e AOA sono tumori chemio-sensibili, specialmente se presentano co-delezione dei cromosomi 1p e 19q, ma non era noto se l’aggiunta della chemioterapia alla RT potesse prolungare la OS. Ricercatori canadesi e statunitensi hanno randomizzato 291 pazienti a PVC+RT (n = 148) o a sola RT (n = 143). Il trattamento combinato PVC+RT è stato associato a PFS prolungata (2.5 vs 1.7 anni, HR 0.68; p = 0.003) e la co-delezione a un tempo di sopravvivenza mediano (MST) più lungo (8.7 vs 2.7 anni, HR 0.41; p < 0.001). Nell’intera coorte, non è stata osservata differenza in MST con il trattamento, tuttavia, i pazienti con tumori che presentavano co-delezione 1p/19q vivevano più a lungo dopo trattamento con PVC+RT che con sola RT (14.7 vs 7.3 anni, HR 0.59; p = 0.03). Nei pazienti senza co-delezione 1p/19q non è stata osservata differenza di MST tra i due bracci di trattamento. I tassi di ri-operazione dopo progressione nei pazienti che presentavano co-delezione erano simili tra di due bracci (43 vs 54% per PVC-RT e sola RT), ma i tassi della chemioterapia di salvataggio erano più alti nel braccio RT (rispettivamente 57 vs 81%; p = 0.04).


Fonte ASCO
Supplemento ad AIOM News
Editore Intermedia
Direttore responsabile Mauro Boldrini

Lo speciale ASCO 2012 è reso possibile grazie a un educational grant di Boehringer-Ingelheim

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