martedì, 4 agosto 2020
Medinews
4 Giugno 2012

SPECIALE ASCO 2012 – N. 1, 01/06/2012

Chicago, 1 giugno 2012

“COLLABORARE PER SCONFIGGERE IL CANCRO”, AL VIA IL 48MO CONGRESSO ASCO CON OLTRE 30.000 ONCOLOGI

“Collaborating to conquer cancer”: con questo slogan si è aperto oggi a Chicago il 48mo Congresso annuale ASCO, che riunisce oltre 30.000 oncologi fino al 5 giugno. Un’occasione per fare il punto sulle terapie, i miglioramenti della sopravvivenza, i nuovi farmaci, e un’attenzione particolare quest’anno, tempo di crisi in tutto il mondo, sarà dedicata ai costi delle terapie e al calo delle risorse pubbliche messe a disposizione per la ricerca. Non mancheranno le ultime novità I-Tech, dalla app messa a punto per i pazienti che consentirà loro di monitorare l’evoluzione della malattia e la risposta alle terapie insieme al proprio medico, al portale dedicato CancerProgress.net, che permette di visualizzare in tempo reale i progressi compiuti sulle varie forme di tumore, in termini di sopravvivenza a 5 e 10 anni, di tasso di mortalità e di incidenza. “Dopo circa 50 anni dall’inizio dell’oncologia moderna, possiamo vedere chiaramente i frutti degli investimenti nelle nostre ricerche – ha affermato Michael Link, Presidente dell’ASCO -. Le scoperte che saranno presentate al Congresso fanno parte dell’ultimo capitolo nella storia della lotta contro il cancro. Gli studi odierni indicano i miglioramenti nella medicina di precisione, che identifica e sfrutta i punti deboli genetici del cancro per arrestare la crescita del tumore e, in alcuni casi, anche eradicare la malattia. Altri studi ci forniscono nuovi strumenti e informazioni per ridurre gli effetti collaterali a breve e lungo termine dei trattamenti antitumorali sui nostri pazienti”. In maggio sono stati anticipati 5 degli oltre 4500 abstract, pubblicati sul sito abstract.asco.org in vista del meeting e che saranno discussi in questi giorni. Il primo dei 5 abstract riguarda i risultati di uno studio di fase I del Children’s Hospital di Filadelfia, che sarà presentato da Yael Mosse, secondo il quale crizotinib potrebbe indurre regressione o eliminare i segni del tumore in bambini con neuroblastoma, linfoma anaplastico a cellule grandi o tumori infiammatori che presentano anormalità del gene ALK. Sempre in fase preliminare è lo studio dei ricercatori dell’H. Lee Moffitt Cancer Center di Tampa, che sarà presentato da Jeffrey Weber. L’utilizzo di una combinazione di due farmaci target orali (il dabrafenib, un inibitore BRAF, e il trametinib, un inibitore MEK) offrirebbe ottime prospettive per la cura del melanoma avanzato con mutazioni BRAF. Il terzo intervento riguarda i risultati di uno studio di fase III, coordinato da Rudolph M. Navari dell’Indiana University School of Medicine di South Bend, che ha messo in evidenza l’efficacia di un antipsicotico (olanzapina) nel trattamento di nausea e vomito indotti dalla chemioterapia. Lo studio di fase II presentato da Mary-Ellen Taplin del Dana-Farber Cancer Institute di Boston mostra come l’aggiunta di abiraterone alla terapia ormonale standard nel trattamento neo-adiuvante del cancro alla prostata localizzato ad alto rischio possa eliminare o quasi il tumore in un terzo dei pazienti. Infine, di educazione del medico parla Larissa Nekhlyudov della Harvard Medical School di Boston. Secondo l’ampia indagine, molti medici di famiglia e alcuni oncologi non sarebbero infatti completamente consapevoli dei principali effetti collaterali a lungo termine di alcuni dei farmaci chemioterapici più usati nella cura del cancro alla mammella e al colon retto.

TUMORE DEL SENO: SERVE UNA MAGGIORE PERSONALIZZAZIONE DEL TRATTAMENTO

È l’Education Session dal titolo Controversies in the Adjuvant Treatment of Breast Cancer ad aprire il Meeting Annuale ASCO 2012, presieduto dal prof. Stephen R. Johnston.

Nel primo intervento “Vexing Issues in Antiestrogen Therapy in the Adjuvant Setting: Choice of Agents, Duration of Therapy, and Ovarian Suppression”, Stephen R. Johnston del Royal Marsden NHS Foundation Trust di Londra ha sottolineato l’importanza della terapia endocrina adiuvante nel tumore mammario in stadio iniziale e dell’enorme impatto che tamoxifene ha avuto sull’aumento della probabilità di sopravvivenza. Nelle donne in post-menopausa, ulteriori progressi sono stati fatti dopo l’introduzione degli inibitori delle aromatasi nel tumore positivo ai recettori degli estrogeni (ER) in fase iniziale, da quando cioè numerosi studi di larga scala hanno preso in esame strategie ‘up-front’ o ‘switch’ ora ampiamente utilizzate. Ad oggi, entrambi i trattamenti hanno dimostrato il loro beneficio rispetto al solo tamoxifene, benché esistano dubbi se questo approccio sia il migliore. Nelle donne con rischio di recidiva dopo i 5 anni si può considerare un’estensione della terapia adiuvante, sebbene anche in questo caso ci si chiede, considerando i rischi, per quanto tempo somministrare la terapia endocrina adiuvante. Nelle donne in pre-menopausa con cancro mammario ER-positivo, tamoxifene rimane il gold standard con l’incertezza sul beneficio della soppressione ovarica. Molti studi recentemente conclusi, compresi alcuni di deprivazione estrogenica completa con agonisti LHRH in associazione a inibitori delle aromatasi, possono aiutare a chiarire. Lo studio del profilo molecolare nei tumori mammari ER-positivo può permettere l’identificazione delle donne a basso rischio di recidiva che possono essere trattate con terapia endocrina e non con la chemioterapia e portare ad una maggiore personalizzazione del trattamento.
Sulla terapia dei tumori alla mammella di piccole dimensioni in fase iniziale si è invece concentrato il dott. Anthony D. Elias dell’Università del Colorado ad Aurora. Il cancro mammario T1ab N0 gode generalmente di una prognosi eccellente, ma esistono fattori prognostici avversi che includono il tumore HER2-positivo, ER-negativo, l’istologia ad alto grado, lo stadio T1b e la giovane età. Queste pazienti sono quindi spesso escluse dalla maggior parte degli studi e, ad oggi, non sono ancora stati pubblicati studi prospettici per questa popolazione. Questo comporta la mancanza di linee guida definite e l’inconsistenza del trattamento. Ad oggi, esiste poca esperienza sulla popolazione di pazienti HER-positivo di terapie target e sono quindi necessari studi prospettici.
Il dott. Hyman B. Muss della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland ha infine illustrato la terapia adiuvante in donne anziane con cancro mammario in fase iniziale. Benché sia infatti una malattia legata all’invecchiamento, le donne più anziane sono più riluttanti a partecipare a studi clinici o a ricevere il trattamento raccomandato. Questo aspetto ha contribuito a ritardare l’analisi dei risultati di sopravvivenza nelle donne più anziane rispetto alla controparte più giovane. Le attuali raccomandazioni per il trattamento adiuvante del cancro mammario sono le stesse per donne giovani e anziane, mentre alle pazienti anziane dovrebbero essere offerte terapie diverse in base delle caratteristiche del tumore. Si ottengono così tre gruppi: quelle tumore mammario HR-positivo, HER2-negativo alle quali offrire terapia endocrina, quelle con cancro HR-negativo, HER2-negativo alle quali offrire la chemioterapia adiuvante e quelle con malattia HER2-positiva che dovrebbero ricevere chemioterapia in combinazione con trastuzumab. Eccezione a queste linee guida fanno le pazienti anziane con tumori linfonodo-negativi di piccole dimensioni o donne fragili con limitata aspettativa di vita, per le quali potrebbe essere consigliata una stretta sorveglianza. Per quanto riguarda le disparità legate all’età nella sopravvivenza al cancro mammario, alle donne anziane dovrebbe essere offerto lo stesso migliore trattamento consigliato alle più giovani, calcolando però attentamente i rischi e i benefici rispetto alle preferenze della paziente. Infine, ha sottolineato Muss, ciascuna donna dovrebbe essere incoraggiata a partecipare agli studi clinici per favorire la raccolta di dati non solo sull’efficacia e tossicità della chemioterapia, ma anche sulla qualità della vita.

NUOVI APPROCCI NELLA LOTTA CONTRO I TUMORI DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE

Nella prima giornata del congresso ASCO, la Sessione dedicata ai Poster sul tema Central Nervous System Tumors, presieduta da Christina Tsien e Mark R. Gilbert, ha compreso studi sulle metastasi e su diversi tipi di tumore che si sviluppano nel sistema nervoso centrale (SNC) e sui risultati di nuove terapie chirurgiche, farmacologiche e radioterapiche.
In particolare, lo studio presentato da Yu Yang Soon (leggi abstract) del National University Cancer Institute di Singapore ha suggerito che somministrando la radioterapia ‘whole-brain’ (WBRT) prima del trattamento chirurgico e della radiochirurgia stereotattica (SRS) si può ridurre significativamente la progressione di malattie intracraniche a un anno, ma non si riesce ad aumentare la sopravvivenza globale e quella libera da progressione. Con questa procedura si osservano anche effetti variabili sulle funzioni neurocognitive, sulla qualità di vita e sulla tossicità rispetto alla chirurgia o alla SRS da sole. Sono quindi necessari ulteriori studi sulla WBRT per ridurre la potenziale tossicità neurologica.
Un altro studio, presentato da Susannah G. Yovino (leggi abstract) della Johns Hopkins University di Baltimora ha invece messo in evidenza i limiti della radioterapia cerebrale, che rilascia una dose di radiazione linfotossica nel sangue circolante (DCB). Alterando la velocità si osserva un’alterazione iniziale di DCB, che scompare entro il completamento di 30 frazioni. Riduzioni marcate del volume di organo raggiunto dalla radioterapia sembrano essere il modo migliore per evitare danni da radiazioni ai linfociti circolanti, ma sono necessari nuovi approcci per limitare l’esposizione alle radiazioni di questi linfociti, vista anche l’associazione tra linfopenia ed esiti sfavorevoli nei pazienti oncologici.
Ricercatori del Massachussetts General Hospital, dell’Università di Manitoba di Winnipeg e dell’MD Anderson Cancer Center di Houston (leggi abstract) hanno collaborato per esaminare il valore della resezione più sicura dei gliomi astrocitari maligni, che comprendono l’astrocitoma anaplastico di grado III WHO e il glioblastoma di grado IV WHO, fino ad oggi controversa. I ricercatori suggeriscono che la rimozione chirurgica di questi tumori maligni del SNC possa essere individualizzata in base al genotipo IDH1. I tumori con mutazione IDH1 presentano una migliore prognosi globale, quindi una chirurgia più aggressiva e la tolleranza a deficit temporanei peri-operatori possono essere vagliate nel tentativo di migliorare la sopravvivenza che sembra essere associata alla riduzione del carico tumorale.
Numerosi centri di Boston, tra cui il Massachusetts General Hospital e il Dana-Faber Cancer Institute, hanno collaborato in uno studio (leggi abstract) sulla pseudo-progressione, che si manifesta con aumentata permeabilità dei vasi tumorali dopo l’irradiazione. L’aggiunta di un inibitore VEGF, cediranib, nel trattamento adiuvante di pazienti affetti da glioblastoma ha potuto prevenire l’insorgere di effetti collaterali iniziali, quali edema e effetto di massa, legati alla terapia, migliorandone la tollerabilità. Lo studio ha anche evidenziato la possibilità di rendere disponibile questo trattamento a pazienti con tumori più grossi, non operabili, con basso performance status basale.
Ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York (leggi abstract) hanno indicato un migliore tasso di risposta oggettiva e di sopravvivenza libera da progressione (PFS) dopo somministrazione di bevacizumab nel trattamento di salvataggio in un’ampia serie di pazienti con glioma anaplastico di grado III. L’uso di bevacizumab in questa popolazione di pazienti dovrà essere riesaminato in uno studio randomizzato con adeguata stratificazione, secondo istologia e numero di recidive.
Il glioblastoma recidivante è stato oggetto di studio anche da ricercatori dell’MD Anderson Cancer Center di Houston (leggi abstract). Tra i pazienti che hanno tratto beneficio dalla terapia con bevacizumab, quelli che non hanno mostrato progressione immediata hanno continuato a ricevere beneficio dal farmaco. Questo gruppo di pazienti ha inoltre avuto recidive meno invasive. Secondo i ricercatori texani, bevacizumab potrebbe alterare le caratteristiche della progressione del tumore e la risposta a una successiva terapia e suggeriscono quindi ulteriore valutazione in uno studio randomizzato con adeguata stratificazione.

TUMORE DEL POLMONE: PIÙ ATTENZIONE AI COSTI

All’Education Session The Cost of Lung Cancer Care: Screening, Personalized Medicine, and Palliative Care sono intervenuti il professor Bernardo Haddock L. Goulart, la dottoressa Natasha B. Leighl e il professor Craig Earle.
Il professor Goulart del Fred Hutchinson Cancer Research Center e University of Seattle ha ricordato che dopo l’osservazione di una riduzione del 20% nella mortalità dei pazienti ad alto rischio di cancro al polmone nello studio NLST (National Lung Screening Trial) è aumentato l’interesse sullo screening con tomografia computerizzata a basso dosaggio (LDCT). Malgrado questi risultati incoraggianti, un freno è prodotto dalle preoccupazioni di natura economica che riguardano la sua diffusione su larga scala. Preoccupazioni che riguardano soprattutto il rapporto costo-efficacia dello screening con LDCT, i costi addizionali che derivano dai falsi positivi (96% dei risultati positivi) e l’effetto dello screening di massa sulla spesa sanitaria nazionale. Per questo motivo il professor Goulart suggerisce l’adozione di registri dei pazienti per valutare prospettivamente gli esiti del paziente e i costi nei centri coinvolti in questo screening.
La dottoressa Natasha B. Leighl della Universty of Toronto ha invece presentato i risultati relativi al trattamento personalizzato nel cancro al polmone. Gli avanzamenti nella definizione molecolare della malattia e nella terapia target del cancro al polmone non a piccole cellule (NSCLC) stanno rivoluzionando gli esiti di questo tumore. Le nuove terapie includono inibitori tirosin-chinasici (TKI) del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR) nei tumori con mutazioni di EGFR, il trattamento basato sull’esito dell’istologia (bevacizumab e pemetrexed nel tumore NSCLC non squamoso) e l’uso di crizotinib in quello ALK-positivo. Le analisi economiche della terapia personalizzata includono i test, il trattamento e le implicazioni dei costi, ma dovrebbe essere considerato il potenziale della rapida evoluzione dei test per i biomarcatori e i costi delle ricadute. La dottoressa Leighl ha però sottolineato che l’effetto drammatico delle nuove terapie in un piccolo sottogruppo di pazienti può essere perso con la strategia “test and treat” e che l’importanza clinica di ogni beneficio della medicina personalizzata deve essere sottoposta a valutazione economica. I grandi progressi nella terapia per il cancro al polmone dovrebbero essere adottati per migliorare gli esiti della malattia e le diverse figure coinvolte (medici, amministratori e industrie) dovrebbero collaborare per limitare i costi in modo che non costituiscano una barriera insormontabile ai progressi della terapia.

Fonte ASCO
Supplemento ad AIOM News
Editore Intermedia
Direttore responsabile Mauro Boldrini

Lo speciale ASCO 2012 è reso possibile grazie a un educational grant di Boehringer-Ingelheim
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