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4 Febbraio 2003

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL DOTT. ROBERTO LABIANCA

Il progressivo invecchiamento della popolazione e, di conseguenza, l’allungamento dei tempi di azione dei fattori di rischio – per esempio il fumo per quanto riguarda il cancro del polmone, della vescica e della laringe – ha comportato un notevole aumento dei tumori negli anziani. Un trend tra l’altro destinato ad aumentare ulteriormente, se si tien conto che attualmente gli ultrasessantacinquenni sono il 21% della popolazione, ma si prevede che nel 2035 saranno addirittura il 40%. In Italia più del 50% delle neoplasie solide (mammella, prostata, polmone, colon) sono infatti diagnosticate in pazienti d’età superiore ai 65 anni. Anche i tumori emolinfopoietici presentano questo andamento: il 55.9% dei malati è anziano.

Nonostante questi dati, finora gli anziani sono stati spesso trascurati: fuori dai trial clinici, mal trattati, vittime di luoghi comuni ancora oggi difficili da sfatare. Estremamente diffusa, per esempio, è la convinzione che il cancro dell’anziano abbia un minore grado di malignità e una più lenta velocità di crescita e che l’età cronologica determini ridotte tollerabilità ai trattamenti antineoplastici e sopravvivenza. In realtà, le neoplasie dell’anziano non presentano un andamento meno aggressivo e in molti casi i trattamenti oncologici possono migliorare la durata e la qualità di vita. Se non curato adeguatamente, il cancro negli anziani è infatti una malattia con elevata mortalità e certamente non inferiore al giovane.
Nei tumori del polmone, per esempio, la sopravvivenza mediana è identica sopra e sotto i 70 anni. Lo stesso si può dire per i tumori del colon retto, dello stomaco e per i sarcomi. Per quanto riguarda il tumore della tiroide la prognosi è addirittura più veloce. Esempi opposti sono invece rappresentati dal tumore del rene e della mammella, dove nell’anziano la sopravvivenza è effettivamente più lunga. Come si può spiegare tutto ciò? Possiamo parlare di un equilibrio tra l’aggressività del tumore e le difese immunitarie. Quando sono più importanti le difese immunitarie, che nell’anziano spesso sono depresse, l’anziano sopravvive di meno; quando invece è più importante la cinetica cellulare, che nell’anziano è più lenta, l’anziano ha una migliore sopravvivenza.
In tutti i casi la decisione terapeutica deve tenere conto dell’aspettativa di vita, dell’età fisiologica, delle patologie concomitanti e dei possibili effetti collaterali della terapia, nell’ottica di garantire l’aumento della sopravvivenza e il miglioramento della qualità di vita. Il ricorso a terapie modificate o meno aggressive – monochemioterapie con agenti tipo gemcitabine, navelbine, tassani settimanali – è giustificato nei casi in cui il trattamento standard comporti un rischio di tossicità elevato o quando l’aspettativa di vita limitata vanifichi i vantaggi attesi dal trattamento.
Entrando nello specifico dei singoli tumori, il cancro della mammella insorge in oltre il 50% dei casi in donne ultrasessantacinquenni. Rispetto ai metodi di diagnosi e terapia, non c’è alcuna differenza tra giovani e anziane. C’è però da dire che le donne anziane hanno spesso una buona risposta dalle terapie ormonali. Dopo l’intervento e anche nei casi di metastasi, in una donna anziana si ricorre più frequentemente e con migliori risultati ad una terapia ormonale rispetto alla chemioterapia. Anche quando la malattia ha dato metastasi è più facile che si faccia una terapia ormonale rispetto ad una chemioterapia.
Nel caso dei tumori del polmone non ci sono differenze particolari nel trattamento chirurgico e radioterapico tra giovani e anziani. Interessanti novità ci sono invece per quanto riguarda la chemioterapia. Diversi studi multicentrici hanno evidenziato che una monochemioterapia a base di vinorelbina, eventualmente associata alla gemcitabina può essere altrettanto efficace rispetto a terapie più aggressive con il platino o i taxani. Il 27% dei pazienti è infatti ancora vivo ad un anno, rispetto al 5% degli anziani trattati con sola terapia di supporto, con un netto miglioramento della qualità di vita. La tendenza di non trattare i pazienti anziani va dunque sfatata: con la chemioterapia soft si può una vita più lunga e migliore.
Altro esempio, i tumori del colon. Anche in questo caso dobbiamo pensare a una chemioterapia più soft. Per esempio con farmaci orali: recentemente è stato messo in commercio uno degli analoghi del fluoruracile, la capecitabina, mentre a breve verrà introdotto l’Urt, che sembrano particolarmente adatti proprio per gli anziani.
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