Medinews
11 Luglio 2001

VELLA: “L’OBIETTIVO PRIMARIO? ERADICARE IL VIRUS DELL’AIDS”

Dott. Vella, qual è il significato di questa conferenza?

Credo che oggi più che mai fosse importante organizzare una conferenza scientifica multidisciplinare che mettesse a confronto ricerca clinica e ricerca di base. Diciamo che andiamo a coprire il vuoto prodotto dalla tendenza ormai diffusa a dar vita ad eventi monotematici e settoriali, che hanno di fatto allontanato i ricercatori di base dai più importanti meeting internazionali. Il nostro obiettivo è di riallacciare il dialogo anche con questo settore fondamentale per non disperderne le potenzialità. Certo non è facile: era però necessario partire. Lo facciamo qui da Buenos Aires, nella speranza di raccogliere i primi frutti già nel 2003 a Parigi, dove è in programma il prossimo appuntamento.

Quali sono i temi che caratterizzeranno la conferenza?

Sono molti gli spunti di discussione. Prendiamo per esempio i vaccini. Tutti quelli in fase di studio in questo momento sono monovaccini che non solo non hanno ancora dato alcuna garanzia di protezione completa ma, a mio avviso, potrebbero non funzionare completamente. Credo che la strada da percorrere sia quella dei vaccini di combinazione, in grado cioè di presentare al sistema immunitario diverse parti del virus. In ogni caso è molto difficile proteggersi dall’infezione del virus HIV. Il nostro sistema immunitario ci riesce benissimo per 12 anni: quando soccombe vuol dire che non c’è più nulla da fare, che è inutile potenziare un sistema le cui risorse sono state azzerate. Purtroppo ci vorranno ancora moltissimi anni per arrivare ad una soluzione vaccinale. Troppi se si pensa al dramma del Terzo Mondo. Se mai verrà messo a punto un vaccino, per l’Africa sarà comunque sempre troppo tardi: molti, troppi, saranno già morti, visto che in molti Paesi è sieropositiva una persona su 4.

Dopo la marcia indietro sull’eradicazione, pare di capire che anche la speranza di un vaccino preventivo stia per naufragare…

Per quanto riguarda il vaccino, la mia opinione è che sono stati fatti passi avanti, ma nulla di entusiasmante. Sono invece più ottimista per quanto riguarda l’eradicazione del virus. E’ vero che ci siamo sbagliati, che siamo forse stati troppo precipitosi nell’annunciare un traguardo che sembrava a portata di mano. Il virus rimane nascosto “serbatoi” costituiti da cellule che spesso non si replicano neppure. Il problema è trovarle tutte e distruggerle. Ripeto, non dobbiamo abbandonare questa strada, perché credo sia l’unica veramente vincente. A quel punto l’Aids diventerebbe come la tubercolosi: ti curi per 6 mesi, un anno, ma poi guarisci definitivamente. Mi rendo conto che può sembrare un paradosso quello che dico. Ma provate a pensare: non basta mettere a punto un vaccino per risolvere il problema, bisogna sperimentarlo. E sperimentarlo vuol dire metterlo a confronto con il placebo. Tenendo conto dei tempi, se la Fase III inizia nel 2005 vuol dire avere dei risultati nel 2010. Per l’eradicazione basta invece trovare una sola chiave: dobbiamo oltrepassare l’ultima porta, poi è fatta.

Quanto tempo ci vorrà?

Penso quattro anni. Sono molti i centri di ricerca che stanno lavorando a questo obiettivo. Noi stiamo portando avanti degli esperimenti che combinano la terapia antiretrovirale con antiblastici. Certo si tratta di farmaci pesanti, utilizzati contro i tumori. Il concetto che sta alla base è però molto semplice: se si riesce a stroncare la cellula, anche a costo di far star male il paziente per un mese, alla fine quel serbatoio di virus non c’è più.

Quindi, secondo lei, l’Aids non diventerà una malattia cronica ma potenzialmente guaribile…

Già adesso è una malattia cronica. Ma ora siamo veramente di fronte ad un bivio: o la eradichiamo oppure troviamo strade alternative a una vita di antiretrovirali.

La tendenza delle nuove linee guida che verranno presentate durante la conferenza è di posticipare il più possibile l’inizio della terapia. Qual è la sua opinione?

Personalmente sono convinto che iniziare la terapia a 200 CD4, come suggerito dai membri più “conservatori” del gruppo, sia troppo tardi. E in effetti, l’approccio che verrà suggerito è molto individualizzato sul paziente. Ma la cosa interessante di queste nuove linee guida è che faranno il punto sul fallimento terapeutico, sulle resistenze, sui farmaci da utilizzare quando si fallisce una combinazione, su cosa usare invece come prima linea.

E per quanto riguarda gli effetti collaterali?
E’ un altro campo su cui la ricerca di base deve lavorare. Non riusciamo ancora a capire bene alcuni meccanismi. Per esempio perché viene la lipodistrofia, che sta diventando un problema drammatico perché colpisce ormai il 40-50% dei pazienti.

Questa è la prima conferenza scientifica dopo il processo di Pretoria e il problema del brevetto…

Noi avevamo rotto il silenzio già un anno fa a Durban. Per quanto ci riguarda adesso dobbiamo passare dal silenzio all’azione. Con questa prima conferenza puramente scientifica e con quella di Barcellona nel 2002 faremo un po’ i conti su che cosa è stato fatto. Quindi torneremo nel sud del mondo, in Asia, un continente dove l’Aids è in terribile ascesa. Per quanto riguarda il dopo Pretoria credo sia importante che il Nord si faccia carico del Sud del mondo: in fondo la globalizzazione non è solo quella dei mercati e può avere anche dei lati positivi.
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