lunedì, 18 ottobre 2021
Medinews
27 Maggio 2021

LUTS NEI PAZIENTI FRAGILI E NEGLI ANZIANI. TERAPIA ANTIBIOTICA A BREVE O LUNGA DURATA?

La risposta da uno studio canadese, appena pubblicato su Clinical Infection Diseases. Il commento del Dott. Luca Cindolo, coordinatore del progetto “Cistite, una gestione agile”, promosso dal gruppo di urologi AGILE (Italian group for advanced laparo-endoscopic and robotic urologic surgery) e responsabile dell’Urologia della Clinica Villa Stuart di Roma.

Una recente ricerca sviluppata da un gruppo canadese ha esplorato le differenze e i benefici che esistono nella terapia antibiotica a breve durata versus terapia antibiotica a lunga durata, nei pazienti fragili e nei pazienti anziani sopra i 65 anni. Sappiamo che quella antibiotica, soprattutto nelle ricorrenti forme di infezione delle vie urinarie, è la terapia standard, nel tentativo di ridurre il numero di infezioni, allungare l’intervallo tra un’infezione e l’altra e ovviamente migliorare la clinica di questi pazienti. Le migliori evidenze che sono state raccolte negli anni, studi meta-analitici e Cochrane Reviews, eseguite su grosse popolazioni di donne affette da infezione delle vie urinarie, hanno dimostrato che dare un ciclo di terapia maggiore di 30 giorni – secondo alcuni studi anche 90 giorni – era in grado di ottenere la bonifica di queste pazienti, sia da un punto di vista sintomatologico che microbiologico. Il problema qual è? Nella pratica quotidiana è che restano fuori una serie di popolazioni fragili – anziani, cateterizzati, ricoverati presso strutture sanitarie di diversa natura – che escono dagli studi meta-analitici proprio perché le ricerche pubblicate sono su popolazioni specifiche. Uno studio che potesse rispondere alla domanda sul segmento fragile poteva essere progettato solo su grossi database, su database nazionali ed è quello che è stato fatto in Ontario, andando ad analizzare ciò che è successo ai pazienti che avevano urinocolture positive, in un intervallo di circa un anno (i pazienti sono stati osservati poi per un altro anno). Questo lavoro, sostenuto da una metodologia ovviamente di farmaco-epidemiologia e da sofisticate sensitivity analysis, ha dimostrato chiaramente che i pazienti che avevano urinocoltura positiva, trattati con terapia antibiotica maggiore di 30 giorni, rispetto ai pazienti che avevano urinocoltura positiva, ma sottoposti a una terapia antibiotica di breve durata, avevano dei rischi di complicanze maggiori. Quali complicanze sono state analizzate? I ricercatori hanno dimostrato che i ricoveri urgenti in Pronto Soccorso, così come gli accessi, le emocolture positive, fenomeni di allergia, positività e diarree da Clostridium difficile, candidiasi e più in generale eventi avversi, erano molto più alti nei pazienti che facevano utilizzo della terapia profilattica. Questo studio era centrato su pazienti di sesso maschile e femminile, con età maggiore di 65 anni: quella popolazione che noi urologi – ma direi anche geriatri, farmacisti e caregiver in senso ampio – siamo abituati a vedere più frequentemente. L’episodio sporadico di infezione urinaria finisce infatti normalmente dopo qualche giorno. Questi pazienti invece sono una vera cronistoria di somministrazione di antibiotico e poi di urinocolture, di antibiogrammi che cambiano e mettono in evidenza come la spada di Damocle della terapia antibiotica in realtà penda gravemente sull’antibiotico-resistenza. Dare antibiotici oggi significa troppo spesso dare antibiotico-resistenza. Continuare a prescrivere antibiotici così farà diventare ingestibile tale problema. Tutti insieme dobbiamo, come terapeuti, riflettere sulle possibilità alternative di integrare o sostituire la terapia antibiotica con altro: ad esempio il mannosio ad alte dosi, che riduce il rischio di recidive e può finalmente far cadere, ove possibile, la terapia tradizionale.  Tra i fattori di rischio che emergono chiaramente dall’analisi statistica condotta dai colleghi canadesi ricordiamo l’età avanzata (>80 anni), il sesso femminile, la precedente storia di infezioni urinarie, una microbiologia positiva per un’infezione urinaria non sostenuta da Escherichia coli, così come la presenza di un cateterismo. Tutti fattori a cui dovremo prestare attenzione quando somministriamo terapia antibiotica.

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