lunedì, 18 ottobre 2021
Medinews
27 Maggio 2021

L’IMPATTO DEL COVID-19 SULL’UROLOGIA TERRITORIALE. COME TORNARE ALLA NORMALITA’

Del Dott. Corrado Franzese, Presidente della Società Italiana Urologia Territoriale

L’impatto del Covid-19 sull’urologia territoriale va distinto in tre momenti. Nella fase acuta dell’epidemia, che va da marzo a maggio 2020, il virus ci ha colto completamente impreparati, sia per l’organizzazione del Sistema sanitario nazionale che non era pronto a fronteggiare l’epidemia, che per le informazioni, poche o tante, frammentate e non da testi scientifici, che arrivavano essenzialmente da internet. C’è stata quindi una fase di sbandamento, che ha portato alla chiusura di tutto. La sensazione di tristezza, paura, abbandono, mancanza di dispositivi, ha fatto sì che la popolazione non accedesse agli ambulatori. In quella fase noi abbiamo potuto garantire solo l’urgenza e le domiciliari, ma abbiamo implementato il triage telefonico e abbiamo consentito l’accesso solo a quelle persone che realmente potevano avere bisogno dell’esame obiettivo. Da giugno in poi le cose sono molto cambiate: abbiamo dato la possibilità a tutti di frequentare i nostri ambulatori, utilizzando i codici di priorità urgente, breve, differita e programmabile. Ovviamente però le liste d’attesa, nonostante i nostri sforzi, si sono notevolmente allungate perché, rispettando le disposizioni regionali volte a evitare assembramenti anche nelle ASL, le quattro prestazioni orarie che avevamo sono state dimezzate. Teniamo presente che 14 milioni di persone in Italia hanno almeno una patologia cronica e di questi la maggior parte (oltre 8 milioni) sono over 65, consideriamo inoltre che ogni anno 454mila pazienti combattono con il tumore della prostata, non dimenticando che anche i tumori di testicolo, rene e vescica occupano le posizioni alte della classifica. Guardando questi numeri ci si rende conto che alle liste di attesa manca un follow-up adeguato. C’è il tema dei pazienti che non vengono negli ambulatori e c’è un ritardo nella diagnosi. Nella seconda fase abbiamo dovuto fronteggiare un altro problema: l’epidemia si è trasformata in sindemia, vi sono stati notevoli aspetti psicologici, problematiche economiche e sanitarie, a cui si è associata anche l’infodemia, ovvero tante informazioni, confuse e contradditorie. La vera scommessa oggi è il ritorno alla normalità. Un po’ grazie al vaccino, un po’ perché sono migliorate anche le attenzioni al paziente insieme alla qualità delle prestazioni erogate, la strada sembra segnata. Sicuramente non basterà un battito d’ali, dovremo conquistarla con oculatezza, con una programmazione seria, condivisa e che tenga conto di quelle che sono state le possibilità tecnologiche, informatiche e digitali che abbiamo sperimentato in questo ultimo anno. La lezione del Covid-19 è importante, perché ci dice che da soli nessuno vince, che il Sistema Sanitario Nazionale deve essere davvero più nazionale e meno regionale, perché l’attuale impostazione ha implementato le diseguaglianze presenti prima dell’epidemia. In ogni caso, se Sparta piange, Atene non ride: tra le Regioni virtuose prima del Covid-19, non c’è sempre stata una gestione virtuosa dell’epidemia. Penso sia importante ricreare per tutte il ciclo di cure all’interno del Sistema Sanitario Nazionale, allargandolo anche agli enti del Terzo settore, riqualificando la figura dell’infermiere, che deve assurgere spesso a caregiver territoriale, e soprattutto investendo sulla figura dell’urologo territoriale, che ha garantito in piena epidemia anche le prestazioni domiciliari (mai interrotte, anche nel periodo più buio della pandemia) e che deve essere utilizzato nella prevenzione delle patologie oncologiche e nella gestione delle cronicità. Dobbiamo essere inseriti in una catena di continuità di cura ed è importante che ci sia un maggiore dialogo digitale, soprattutto per un problema di tempi, ma anche perché dobbiamo definire ruoli, compiti e funzioni di ogni anello della catena. Insisto, da soli non si va da nessuna parte: la spesa sanitaria per il 2028 arriverà a 71 miliardi, per cui appare chiaro che appropriatezza e farmaco-economia saranno i due mantra della risposta sanitaria. Una risposta che deve vedere coinvolte tutte le figure professionali, l’urologia nei vari segmenti di azione ed anche interconnessione con una multidisciplinarietà che può fare la differenza.

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