venerdì, 26 febbraio 2021
Medinews
19 Dicembre 2011

USO DI SORAFENIB NEL CARCINOMA EPATICO IN RELAZIONE ALLA CLASSE CHILD-PUGH

Ricercatori del Dipartimento di Scienze Chirurgiche e Gastroenterologiche dell’Università di Padova offrono chiarimenti sulla eleggibilità dei pazienti cirrotici destinati al trattamento con il farmaco in una lettera all’editore della rivista Cancer Chemotherapy and Pharmacology, dopo la pubblicazione di uno studio (leggi abstract originale) che escludeva quelli in classe Child-Pugh B, condotto da oncologi dell’Asan Medical Center, University of Ulsan College of Medicine, di Seul su pazienti che presentavano punteggi diversi per la malattia epatica cronica. I ricercatori coreani avevano osservato peggiori esiti di sopravvivenza ed efficacia nei pazienti in classe Child-Pugh B trattati con sorafenib e un’incidenza degli eventi avversi e delle complicanze legate alla cirrosi nei pazienti con punteggio Child-Pugh di 7 comparabile a quelli in classe funzionale Child-Pugh A, suggerendo la possibilità di includere i primi in studi clinici che utilizzavano il nuovo agente target. Fabio Farinati e colleghe ribadiscono che la questione posta dai ricercatori coreani è tuttora senza risposta perché sia lo studio registrativo SHARP di fase III che lo studio Asia-Pacific sono stati condotti su pazienti con cirrosi in classe Child A. In termini di sopravvivenza e di controllo della malattia, sorafenib offre senza ombra di dubbio risultati migliori nei pazienti in questa classe, mentre in quelli in classe Child C è chiaramente dimostrata un’aspettativa di vita più breve e l’alto rischio di deterioramento dell’organo consiglia di evitare il trattamento. Nei pazienti in classe Child B, invece, le analisi retrospettive hanno dato risultati inferiori alla classe Child A, ma ancora accettabili in assenza di effetti collaterali gravi. Nella lettera all’editore, gli autori hanno inoltre ricordato che il punteggio Child-Pugh è un metodo piuttosto ‘grezzo’ per classificare i pazienti con cirrosi; la categoria Child B include, infatti, un gruppo non omogeneo di pazienti e non opera, ad esempio, distinzione tra ascite lieve e livelli di bilirubina elevati. In ogni caso, esiste la necessità urgente di valutare la sicurezza di sorafenib in questo sottogruppo di pazienti e di identificare quelli eleggibili al trattamento e la dose ottimale. I dati di uno studio di fase II hanno suggerito che la farmacocinetica e gli effetti collaterali sono comparabili tra le classi Child A e B e nessuna riduzione della dose è quindi raccomandata. Al contrario, uno studio di fase I che ha testato sorafenib in pazienti con tumori solidi e funzione epatica o renale alterata ha concluso che il trattamento dovrebbe iniziare a dosi più basse in caso di aumento dei livelli di bilirubina per prevenire la tossicità dose-limitante. Inoltre, il primo studio clinico di sorafenib nel carcinoma epatico ha evidenziato una differenza di peggioramento della funzione epatica tra classe Child A e B, perché quest’ultima presenta più spesso aumento dei livelli di bilirubina, ascite, encefalopatia e una sopravvivenza globale più breve (41 vs 14 settimane). Questo studio conferma il rischio più alto di peggioramento della funzione epatica e la necessità di ridurre la dose in molti dei pazienti in classe Child B, aspetto che fa parte anche dell’esperienza del gruppo dell’Università di Padova. Ulteriori studi sono in corso e, in Italia, uno studio prospettico su pazienti in classe Child B è appena stato avviato con l’autorizzazione dell’Agenzia Italiana per i Medicinali (AIFA). I risultati sono molto attesi soprattutto per identificare quando e a quale dose sorafenib sia sicuro e, possibilmente, stabilire il rapporto costo-efficacia nei pazienti in classe Child B. Nel frattempo, gli autori suggeriscono che il farmaco non debba essere somministrato a pazienti in classe C e possa essere invece prescritto a quelli in classe B (con punteggio 7) solo quando un epatologo è direttamente coinvolto nella gestione del paziente.
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