USO DI SORAFENIB E SUNITINIB IN SEQUENZA NEL CARCINOMA RENALE AVANZATO
Un’analisi multicentrica italiana suggerisce una limitata resistenza crociata tra i due agenti: la sequenza con sorafenib come primo agente sembra assicurare una sopravvivenza libera da progressione più lunga. Vari agenti target con diversi meccanismi d’azione e profili di tossicità sono stati approvati per il trattamento del carcinoma renale in stadio avanzato; però l’uso ottimale di questi agenti è tuttora materia di discussione. Dall’approvazione di sorafenib (So) e sunitinib (Su) per la terapia del carcinoma renale metastatico, molti pazienti sono stati trattati con questi due inibitori delle tirosin-chinasi (TKI) somministrati in sequenza e l’attuale evidenza clinica indica che questo approccio sia associato ad un beneficio di tipo continuativo, con limitata o nessuna resistenza crociata tra i due agenti. Anche l’inibitore del target di mammifero della rapamicina (mTOR), everolimus, ha mostrato efficacia dopo la terapia con i due TKI o solo uno dei due, effetto questo che enfatizza l’importanza di individuare la sequenza ottimale di TKI prima di passare a un inibitore di mTOR perché i pazienti possano beneficiare maggiormente in termini di sopravvivenza libera da progressione (PFS). Ricercatori italiani hanno condotto un’analisi di coorte, retrospettiva, multicentrica, per valutare l’uso sequenziale di sorafenib e sunitinib. Hanno, a questo scopo, esaminato le cartelle cliniche di 189 pazienti con carcinoma renale che erano stati trattati con sorafenib e sunitinib in sequenza tra marzo 2004 e aprile 2009 in 12 centri italiani, nell’ambito di European Expanded Access Programmes o di clinica pratica generale secondo le approvazioni degli agenti target. Gli interventi utilizzati sono stati sorafenib (800 mg/die) e sunitinib (50 mg/die per 4 settimane, con sospensione di 2 settimane) e la PFS è stata valutata durante il trattamento con il primo e il secondo TKI. In totale, 99 pazienti sono stati trattati con sunitinib seguito da sorafenib (SuSo) e 90 con la sequenza inversa (SoSu): 104 pazienti (55%) avevano ricevuto altra terapia sistemica prima degli TKI, per la maggior parte citochine. Lo studio pubblicato sulla rivista British Journal of Urology International (leggi abstract originale) ha indicato una PFS mediana (range) con il primo TKI simile tra i due gruppi di trattamento [sorafenib 8.4 mesi (1.1 – 28.9) vs sunitinib 7.8 mesi (0.5 – 30.4), con hazard ratio (HR) 1.05, intervallo di confidenza (IC) 95%: 0.78 – 1.40; p = 0.758]. L’analisi multivariata ha evidenziato che un buono stato MSKCC (Memorial Sloan-Kettering Cancer Center) era associato ad aumentata PFS. Dopo il secondo TKI, i pazienti nel gruppo SoSu presentavano una PFS mediana più lunga di quelli nel gruppo SuSo (7.9 mesi vs 4.2 mesi, HR 0.54, IC 95%: 0.39 – 0.74; p < 0.001). Analogamente a quanto osservato in altri studi, i risultati suggeriscono che la terapia sequenziale con TKI sia associata a un beneficio clinico continuativo e in particolare che la sequenza SoSu possa risultare in una PFS più lunga che con SuSo. Limitazione dello studio, più ampio ad oggi, è la natura retrospettiva.