mercoledì, 25 novembre 2020
Medinews
12 Febbraio 2009

UN ‘BARLUME’ DI SPERANZA NEL TRATTAMENTO DEL CARCINOMA EPATICO?

Andrew Scanga e Kris Kowdley, gastroenterologi di Seattle, delineano un quadro sintetico ma preciso delle terapie in uso e degli sviluppi innovativi per l’epatocarcinoma non resecabile

È di fondamentale importanza identificare un trattamento efficace per l’epatocarcinoma (HCC) innanzitutto perché è una malattia ancora letale, con incidenza annuale che va di pari passo con la prevalenza, e quinta causa di morte per cancro nel mondo. L’aspetto decisivo nel trattamento dell’HCC è la diagnosi precoce, l’unica speranza per poter adottare una cura efficace è identificare prima il 30-40% dei casi. Quindi, poiché le opzioni di trattamento sono limitate, è necessario identificare nuovi agenti efficaci. Nel loro commento, pubblicato nella rivista Hepatology, Scanga e Kowdley [Hepatology 2009;49(1):332] confermano che la chemioterapia sistemica ha dato risultati molto scoraggianti in termini di cure palliative e la chemioterapia citotossica non ha mostrato alcun beneficio sulla sopravvivenza, probabilmente per errata scelta degli endpoint secondari nel disegno degli studi. La doxorubicina è l’agente più usato (in 9 di 10 studi randomizzati analizzati in una review pubblicata nel 1997), e l’unico studio che valutava doxorubicina contro placebo non ha mostrato alcun beneficio, mentre negli altri lo stesso derivato non è stato superiore agli altri agenti somministrati, eccetto che con il 5-fluorouracile in monoterapia (6 settimane vs 14 con doxorubicina). Anche una meta-analisi su 7 studi clinici con tamoxifene non ha indicato allungamento della sopravvivenza rispetto a placebo. Sorafenib, al contrario, è l’unico derivato attivo nell’HCC in quanto agisce sia sulla proliferazione cellulare che sull’angiogenesi. La sua efficacia è stata verificata in un ampio studio di fase 3 (SHARP, leggi testo) su 602 pazienti con HCC allo stadio avanzato, interrotto precocemente alla seconda analisi ad interim per evidenza di più lunga sopravvivenza nei pazienti in trattamento con il farmaco. Ciò ne ha giustificato l’approvazione da parte della FDA e l’inserimento nelle linee guida AASLD per il trattamento standard dell’HCC. Ha inoltre rappresentato un chiaro passo avanti nella cura dell’HCC e dovrebbe essere considerato come standard di riferimento in tutti gli studi clinici nell’HCC avanzato con cirrosi in classe Child A. Molti altri derivati, che inducono alterazione nella regolazione del segnale per la proliferazione cellulare, apoptosi e sintesi proteica oltre all’angiogenesi, sono in fase di studio come target therapy molecolare per l’HCC. Anche l’analisi degli effetti collaterali di sorafenib, che pur essendo percentualmente più numerosi rispetto al placebo non riducono l’aderenza al trattamento, ha rinforzato i risultati. Non è invece chiaro se i risultati dello studio SHARP possano essere estrapolati a tutti i pazienti con HCC, ma l’efficacia di sorafenib sulla sopravvivenza è stata recentemente confermata anche in una popolazione asiatica (leggi testo). Un fattore importante, ma limitante l’applicazione di questo trattamento, è l’elevato costo della terapia (superiore a 5400 $ al mese), anche se risultati incoraggianti sono stati osservati nell’uso di sorafenib in associazione a terapie loco-regionali o in combinazione con trattamenti sistemici. Tra questi ricordiamo: sorafenib in terapia adiuvante con chemio-embolizzazione transarteriosa (TACE), o in combinazione con chemioterapia citotossica (gemcitabina, 5-fluorouracile o doxorubicina) o con altre molecole target specifiche (bevacizumab, sunitinib o mapatumumab). Quindi, sorafenib e le altre terapie, come singolo agente o in combinazione, rappresentano quel ‘barlume’ di speranza che si potrà sviluppare in futuro nel trattamento dell’HCC non resecabile.

Liver Cancer Newsgroup – Numero 2 – Febbraio 2009
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