lunedì, 15 luglio 2024
Medinews
28 Febbraio 2011

TUMORI ADOLESCENTI: AIEOP CHIEDE PIÙ COLLABORAZIONE CON L’ONCOLOGIA MEDICA

Gli adolescenti ammalati di tumore troppo spesso sono lasciati in una “terra di nessuno” e non vengono curati né dall’oncologo pediatra né dall’oncologo dell’adulto. Ogni anno in Italia a circa 1000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni viene diagnosticata una neoplasia, ma solo il 10% riesce a raggiungere un centro di eccellenza e a ricevere le migliori cure disponibili. Il dato allarmante emerge da uno studio condotto dall’Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica e pubblicato su European Journal of Cancer. “Il lavoro – spiega il presidente AIEOP Fulvio Porta – ha coinvolto oltre 22.000 pazienti, di cui 1745 adolescenti. Circa l’80% dei bambini sotto i 15 anni colpiti da cancro è trattato in centri specializzati AIEOP. Ma, nonostante due terzi dei tumori degli adolescenti siano neoplasie tipiche dell’età pediatrica, la maggior parte dei giovani tra i 15 e i 19 anni non è curata in strutture adeguate. Si pone con forza un problema di accesso alle cure per questo sottogruppo di malati oncologici, che hanno quindi minori probabilità di guarire dei bambini, a parità di condizione clinica”. Secondo l’oncologo pediatra Andrea Ferrari “un elemento importante è rappresentato dalla ridotta partecipazione degli adolescenti ai protocolli clinici di oncologia pediatrica. Inoltre talvolta il medico a cui il paziente si rivolge per la prima volta non lo invia ai centri in grado di trattarlo in modo ottimale”. “Studi scientifici internazionali – ha aggiunto il presidente Porta – hanno evidenziato significative differenze in termini di sopravvivenza tra pazienti adolescenti trattati in centri e con protocolli pediatrici rispetto ai coetanei curati in oncologie mediche dell’adulto, soprattutto se la diagnosi riguarda le leucemie acute e i sarcomi. Il classico modello interdisciplinare dell’oncologia pediatria è il più adatto a rispondere alla esigenze particolari di questi malati”. Secondo Ferrari “una reale svolta ci potrà essere solo se saremo capaci di migliorare la collaborazione tra il mondo dell’oncologia pediatrica e quello dell’oncologia medica. È necessario un cambiamento culturale: anche gli esperti dell’adulto devono essere coinvolti in questi protocolli, altrimenti i giovani malati continueranno a esserne esclusi”.
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