martedì, 5 maggio 2026
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12 Aprile 2019

Trends in Checkpoint Inhibitor Therapy for Advanced Urothelial Cell Carcinoma at the End of Life: Insights from Real‐World Practice

Several immune checkpoint inhibitor therapies (CPIs) have been approved to treat metastatic urothelial cell carcinoma (mUC). Because of the favorable toxicity profile of CPI compared with chemotherapy, oncologists may have a low threshold to prescribe CPI to patients near the end of life. We evaluated trends in initiation of end‐of‐life systemic therapy in 1,637 individuals in the Flatiron Health Database who were diagnosed with mUC between 2015 and 2017 and … (leggi tutto)

Qualche anno fa, AIOM conduceva una survey sui cosiddetti trattamenti antitumorali “a oltranza”, e tra i fattori più importanti elencati dai rispondenti a proposito della decisione di iniziare un trattamento attivo in pazienti ragionevolmente vicini alla fine della vita c’erano, oltre alla giovane età e al buon performance status del paziente, anche la disponibilità di nuovi farmaci.
Definire “a posteriori” inappropriata la prescrizione di trattamenti antitumorali attivi nelle settimane che precedono il decesso del paziente è sicuramente criticabile, in quanto tali terapie vengono ovviamente iniziate in assoluta buona fede, sperando in un’evoluzione lenta della malattia. Peraltro, la descrizione dei comportamenti prescrittivi nel tempo può essere istruttiva, specialmente se, a parità di incertezza nella valutazione prognostica, si osserva un incremento dell’attitudine prescrittiva. È quanto descritto nel lavoro di Parikh e collaboratori, che analizzando i dati di un registro (il Flatiron Health Database) hanno preso in esame i trattamenti sistemici ricevuti dai pazienti con carcinoma uroteliale metastatico, trattati tra il 2015 e il 2017. Gli autori hanno analizzato i dati di 1.637 soggetti, riportando che il 17% dei pazienti aveva iniziato un trattamento attivo sistemico negli ultimi 30 giorni di vita, e il 29,8% aveva iniziato un trattamento sistemico negli ultimi 60 giorni di vita. È particolarmente interessante, peraltro, che la percentuale di pazienti che iniziava un trattamento con un farmaco immunoterapico negli ultimi 60 giorni di vita è salita, nell’arco dei tre anni considerati nello studio, dall’1% al 23%. In particolare, la percentuale di pazienti che iniziava tale trattamento immunoterapico nel periodo precedente la fine della vita è cresciuta in maniera significativa nel gruppo di pazienti con performance status scaduto. Tale maggiore impiego dei farmaci immunoterapici, recentemente disponibili nella pratica clinica, ha determinato un raddoppio della percentuale di pazienti che iniziavano un trattamento sistemico nel periodo precedente la fine della vita (passata dal 17,4% al 34,8% nel breve arco di tempo considerato dallo studio).
Sono indubbiamente dati che fanno riflettere, e che ci ricordano che, specialmente nei casi con performance status compromesso, l’inizio di un trattamento immunoterapico andrebbe considerato con molta prudenza, essendo realisticamente possibile un’evoluzione negativa di malattia nel breve termine.
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