lunedì, 18 ottobre 2021
Medinews
21 Novembre 2012

TERAPIE TARGET E SOPRAVVIVENZA NEL CARCINOMA RENALE AVANZATO

L’editoriale degli oncologi dell’Istituto Tumori di Milano evidenzia l’avanzamento della terapia con l’introduzione di questi nuovi agenti e le questioni ancora aperte

Per molti anni, l’approccio terapeutico per i tumori solidi metastatici o in stadio avanzato ha rappresentato per gli oncologi una sfida insormontabile e frustrante per l’impossibilità di ottenere un significativo prolungamento della sopravvivenza. Le terapie offrivano un aumentato tasso di risposta e un ritardo nella progressione, e quindi un miglioramento della qualità di vita dei pazienti, ma non modificavano la storia naturale della malattia. I progressi delle conoscenze in biologia molecolare e patogenesi di molti tipi di tumori hanno evidenziato alterazioni genetiche e molecolari che potevano rappresentare nuove prospettive di trattamento; l’identificazione di fattori di crescita e l’espressione di questi fattori nelle cellule tumorali o l’inattivazione/ mutazione/ delezione di geni hanno favorito il trattamento con terapie target di gruppi selezionati di pazienti. Per il tumore della mammella HER2+ o per il tumore del polmone non a piccole cellule KRAS+, i risultati sono stati innegabili, e lo stesso era auspicabile per il tumore renale metastatico. L’introduzione degli inibitori delle tirosin-chinasi o di altre vie cellulari ha segnato l’inizio di terapie efficaci per i pazienti che non rispondevano alla chemioterapia standard, ad esclusione di piccole coorti di pazienti sensibili alle citochine. Questi nuovi agenti hanno mostrato la loro efficacia attraverso un rallentamento della progressione del tumore, oggi divenuto punto fondamentale del trattamento del carcinoma renale metastatico. Gli studi con questi nuovi farmaci hanno in genere utilizzato come endpoint primario la sopravvivenza libera da progressione (PFS), mentre la sopravvivenza globale (OS) è stata considerata un endpoint secondario. Questa scelta è stata fatta per valide ragioni: una più breve durata dello studio, l’assunzione che la PFS possa essere un ‘surrogato’ della OS e infine la paura di un fallimento dello studio, se si considerava un endpoint primario troppo ambizioso. Nell’editoriale, pubblicato sulla rivista Oncology (vedi riferimento bibliografico e scarica l’articolo), sono analizzati tutti gli studi più importanti (di fase III) che hanno messo a confronto i vari agenti target tra loro e gli esiti di PFS e OS osservati in genere dopo analisi post-hoc ed esclusione dell’effetto di ‘cross-over’ o di terapie somministrate successivamente in pazienti metastatici. Gli autori concludono che vista la limitata evidenza di sopravvivenza, ottenuta con gli agenti target attualmente disponibili, nessuno di essi ha dimostrato maggiore efficacia rispetto agli altri e quindi la loro scelta dipenderà dal profilo di sicurezza del farmaco in relazione alle caratteristiche del paziente e alle comorbilità. Sostengono, inoltre, la necessità e l’urgenza di rivalutare le caratteristiche di ciascuno di questi agenti nel trattamento del carcinoma renale metastatico, di programmare studi ‘head-to-head’ ben disegnati per comparare i vari agenti e riesaminare il ruolo della PFS e il suo impatto sulla sopravvivenza. Dopo l’iniziale rottura rispetto alle terapie standard, che risale ormai a una decina di anni fa con la dimostrazione che un trattamento sistemico era in grado di controllare almeno temporaneamente una malattia orfana come il carcinoma renale metastatico, la prospettiva di identificare l’agente più efficace o la migliore modalità di interazione tra loro, in sequenza, per ottenere un prolungamento della sopravvivenza, rappresenta un target molto importante.


Renal Cancer Newsgroup – Numero 10 – Novembre 2012
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