lunedì, 30 novembre 2020
Medinews
11 Aprile 2012

TERAPIA SEQUENZIALE CON AGENTI TARGET NEL TRATTAMENTO DEL CARCINOMA RENALE METASTATICO

Attualmente la scelta si basa sulla decisione di medico e paziente, ma può essere influenzata da comorbilità e profili di tossicità. L’armamentarium degli agenti utilizzati nella terapia del carcinoma renale a cellule chiare in stadio avanzato è in espansione ma richiede ulteriori studi sulla selezione ottimale del paziente. Per analizzare le terapie target di seconda e delle successive linee per il carcinoma renale avanzato, integrando marcatori clinici e molecolari del tumore e indagini strumentali, ricercatori del Baylor College of Medicine di Webster in Texas hanno acquisito tutti i dati dagli studi pubblicati in riviste ‘peer-reviewed’ o presentati ai più importanti congressi. Lo studio pubblicato sulla rivista European Urology (leggi abstract originale) suggerisce che, dopo gli inibitori del VEGF (vascular endothelial growth factor) utilizzati in prima linea, everolimus, un inibitore di mTOR (mammalian target of rapamycin), e axitinib, un inibitore tirosin-chinasico del recettore di VEGF, hanno dimostrato benefici sulla sopravvivenza libera da progressione (PFS) in terapia di seconda linea. La differenza di PFS tra everolimus e sorafenib osservata nello studio RECORD-1 potrebbe essere spiegata dallo sviluppo di malattia più indolente o più aggressiva dopo sunitinib in prima linea. Nello studio AXIS, axitinib ha migliorato la PFS sia dopo terapia con citochine, che con sunitinib. La seconda linea con inibitori di mTOR non sembra, tuttavia, migliore delle terapie anti-VEGF quando i pazienti sono divenuti resistenti a questi inibitori. Una terapia target, invece, può essere efficace dopo gli inibitori mTOR: le sequenze TKI-TKI-inibitore mTOR e TKI-inibitore mTOR-TKI sono entrambe accettabili. Sorafenib, pazopanib e axitinib hanno dimostrato tutti un’estensione della PFS dopo trattamento con citochine, tuttavia, la selezione ottimale dei pazienti, basata su marcatori biologici, è ancora oggetto di studio. Gli autori sottolineano che esistono differenze di potenza e spettro tra i vari agenti contro i bersagli molecolari su cui agiscono. Questo può spiegare anche l’assenza di ‘cross-resistenza’ tra agenti della stessa classe. Anche il profilo di tossicità non è sovrapponibile, i pazienti possono presentare eventi avversi gravi con un inibitore tirosin-chinasico (TKI) e tollerarne un altro. Inoltre in studi retrospettivi, la sequenza sorafenib-sunitinib ha offerto una migliore PFS rispetto alla sequenza inversa, ma problemi di selezione possono confondere le analisi retrospettive e bisognerà aspettare la conclusione di uno studio specifico (SWITCH) che sta esaminando prospettivamente le due sequenze. Gli autori, quindi, suggeriscono di perseverare nella ricerca clinica per valutare nuovi agenti e nuove combinazioni e, concludono, la terapia sequenziale al momento si basa sulla decisione del paziente e del medico curante e può essere influenzata da comorbilità e profili di tossicità.
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