mercoledì, 6 luglio 2022
Medinews
20 Dicembre 2010

SUNITINIB IN PAZIENTI CON CARCINOMA EPATICO AVANZATO DOPO PROGRESSIONE CON SORAFENIB

Modesta l’attività antitumorale del farmaco e rischio di complicanze emorragiche sono le caratteristiche del trattamento. In particolare, i pazienti cirrotici in classe Child-Pugh B non traggono beneficio da questo trattamento in seconda linea. Per valutare la sicurezza e l’efficacia della terapia con sunitinib dopo progressione della malattia durante sorafenib, ricercatori della Johannes Gutenberg University di Mainz in Germania hanno trattato 11 pazienti con carcinoma epatico metastatico con sunitinib alla dose di 37.5 mg al giorno (schedula di 4 settimane di trattamento e 2 di sospensione). Gli eventi avversi sono stati valutati usando NCI-CTCAE v3.0, mentre la risposta del tumore è stata valutata con il RECIST. I risultati sono stati analizzati retrospettivamente. Sette pazienti (64%) non avevano cirrosi epatica, 3 avevano subito trapianto di fegato. Al primo follow-up radiologico il 40% dei pazienti aveva mostrato stabilizzazione della malattia dopo marcata progressione con sorafenib. Il tempo mediano alla progressione è stato 3.2 mesi e la sopravvivenza mediana globale 8.4 mesi. Tutti i pazienti con cirrosi epatica in classe Child-Pugh B hanno accusato un deterioramento della funzione epatica e sono deceduti entro 4 mesi per aggravamento della malattia. Lo studio pubblicato nella rivista Oncology (leggi abstract originale) ha indicato una modesta attività antitumorale di sunitinib nei pazienti con carcinoma epatico metastatico dopo progressione della malattia durante terapia con sorafenib. Inoltre, il trattamento in seconda linea non ha offerto benefici clinici ai pazienti con cirrosi epatica in classe Child-Pugh B. Le complicanze emorragiche, infine, possono rappresentare un importante problema clinico del trattamento con sunitinib in questi pazienti.
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