Medinews
27 Maggio 2014

STUDIO XELBEVOCT: BEVACIZUMAB, OCTREOTIDE E CAPECITABINA METRONOMICA IN PAZIENTI CON TUMORI NEUROENDOCRINI METASTATICI DA MODERATAMENTE A BEN DIFFERENZIATI

Il regime XELBEVOCT (octreotide a lento rilascio, capecitabina metronomica e bevacizumab per via endovenosa, per 9 mesi senza interruzione, seguiti da solo bevacizumab fino a progressione della malattia) sembrerebbe attivo e ben tollerato nei pazienti con tumori neuroendocrini metastatici da moderatamente a ben differenziati (WMD-NEN). I ricercatori di vari centri italiani (Brescia, Milano, Orbassano-TO, Bologna, San Giovanni Rotondo-FG, Torino) hanno valutato l’attività e la tossicità del regime XELBEVOCT in pazienti con WMD-NEN metastatici; in studi ancillari hanno esaminato ipertensione, proteinuria e polimorfismi di VEGF (vascular endothelial growth factor) per la previsione della sopravvivenza libera da progressione (PFS) e il ruolo predittivo della vitamina D nel siero sulla PFS e sull’esordio della proteinuria. Questo studio prospettico di fase 2 ha incluso 45 pazienti con WMD-NEN in diversi siti primari. Il regime di trattamento era il seguente: octreotide a rilascio prolungato (LAR) (20 mg una volta al mese), capecitabina metronomica (2000 mg/giorno) e bevacizumab per via endovenosa (5 mg/kg ogni 2 settimane), senza interruzione per 9 mesi; bevacizumab è stato somministrato continuativamente fino a progressione della malattia. Nello studio pubblicato sulla rivista BMC Cancer (leggi testo), una risposta parziale è stata osservata in 8 pazienti (17.8%, intervallo di confidenza [IC] 95%: 6.4 – 28.2) e la risposta tumorale era più frequente nei tumori pancreatici rispetto a quelli non-pancreatici. La PFS mediana è risultata pari a 14.9 mesi, mentre la sopravvivenza globale mediana non è stata raggiunta. Risposte biochimiche e sintomatiche sono state osservate rispettivamente nel 52.9 e 82.3% dei casi. Il trattamento è stato ben tollerato; le tossicità di grado 3 includevano sindrome mano-piede (11.1%), proteinuria (4.4%) e tossicità renale (2.2%). La proteinuria (di ogni grado) è stata correlata a una PFS più lunga (p = 0.017) ed esisteva una relazione inversa tra proteinuria e livelli di vitamina D. I polimorfismi di VEGF, invece, non sono stati associati agli ‘outcome’ del paziente. In conclusione, nei pazienti con tumori neuroendocrini metastatici moderatamente o ben differenziati il regime XELBEVOCT è risultato attivo e ben tollerato. La proteinuria è stata correlata con uno stato di ipovitaminosi D ed è stata identificata quale migliore fattore predittivo di efficacia del trattamento.
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