giovedì, 25 febbraio 2021
Medinews
22 Luglio 2014

STUDIO COG MULTICENTRICO, RANDOMIZZATO, IN DOPPIO CIECO, CONTROLLATO VS PLACEBO, DI FASE 3 CON GEFITINIB NEL TUMORE ESOFAGEO IN PROGRESSIONE DOPO CHEMIOTERAPIA

L’uso di gefitinib nel trattamento di seconda linea del tumore esofageo in pazienti non selezionati non migliora la sopravvivenza globale, ma mostra un beneficio palliativo in un sottogruppo di questi pazienti difficili da trattare, che hanno limitata aspettativa di vita. Esiste scarsa evidenza di efficacia delle terapie per il tumore esofageo in progressione dopo chemioterapia e non sono stati pubblicati studi randomizzati sull’argomento. Ricercatori britannici hanno comparato gefitinib vs placebo in pazienti con tumore esofageo avanzato trattato precedentemente. Per questo studio di fase 3, in parallelo, randomizzato, controllato vs placebo (Cancer Oesophagus Gefitinib, COG), i pazienti eleggibili erano adulti con tumore esofageo avanzato o tumori giunzionali tipo I/II di Siewert, carcinoma a cellule squamose confermato istologicamente o adenocarcinoma, che avevano mostrato progressione dopo chemioterapia, con performance status WHO 0 – 2 e malattia misurabile o valutabile alla tomografia. I partecipanti allo studio, pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology (leggi abstract), sono stati arruolati in 48 centri del Regno Unito e randomizzati (1:1) a gefitinib (500 mg) o placebo con randomizzazione semplice e nessun fattore di stratificazione. I pazienti, i clinici e il personale dello studio non erano a conoscenza dell’allocazione di trattamento. Il trattamento è stato somministrato fino a progressione della malattia, tossicità inaccettabile o scelta del paziente. ‘Outcome’ primario era la sopravvivenza globale, analizzata nella popolazione ‘intention-to-treat’. Tra il 30 marzo 2009 e il 18 novembre 2011, sono stati randomizzati 450 pazienti (un paziente ha ritirato il consenso; quindi 224 pazienti allocati a gefitinib e 225 a placebo sono stati inclusi nell’analisi). La sopravvivenza globale non differiva tra gruppi (mediana: 3.73 mesi, IC 95%: 3.23 – 4.50, con gefitinib, vs 3.67 mesi, IC 95%: 2.97 – 4.37, con placebo; hazard ratio [HR] 0.90, IC 95%: 0.74 – 1.09; p = 0.29). Tra gli ‘outcome’ pre-specificati, riportati dai pazienti (110 pazienti con gefitinib e 121 con placebo hanno completato i questionari al basale e dopo 4 settimane e sono stati inclusi nelle analisi), l’odinofagia era significativamente migliore nel gruppo con gefitinib (differenza media aggiustata: -8.61, IC 95%: -14.49 a -2.73; n = 227; p = 0.004), mentre gli altri ‘outcome’ non erano significativamente migliorati rispetto al placebo: qualità globale della vita (differenza media aggiustata: 2.69, IC 95%: -2.33 a 7.72; n = 231; p = 0.293), disfagia (differenza media aggiustata: -3.18, IC 95%: -8.36 a 2.00; n = 231; p = 0.228) e deglutizione (differenza media aggiustata: -4.11, IC 95%: -9.96 a 1.75; n = 229; p = 0.168). La sopravvivenza mediana libera da progressione era leggermente più lunga con gefitinib che con placebo (1.57 mesi, IC 95%: 1.23 – 1.90, nel gruppo con gefitinib, vs 1.17 mesi, IC 95%: 1.07 – 1.37, nel gruppo con placebo; HR 0.80, IC 95%: 0.66 – 0.96; p = 0.020). Le tossicità più comuni erano diarrea (36 pazienti su 224 [16%] con gefitinib vs 6 su 225 [3%] con placebo) e a livello cutaneo (46 pazienti [21%] vs 2 [1%]), entrambi principalmente di grado 2. Le tossicità più comuni di grado 3 – 4 erano fatigue (24 pazienti [11%] vs 13 [6%]) e diarrea (13 pazienti [6%] vs 2 [1%]). Eventi avversi gravi sono stati riportati in 109 dei 224 pazienti assegnati a gefitinib (49%) e in 101 dei 225 pazienti assegnati a placebo (45%). Il controllo della malattia dopo 8 settimane è stato osservato in 54 pazienti (24%) trattati con gefitinib e 35 (16%) tra quelli assegnati a placebo (p = 0.023). In conclusione, l’uso di gefitinib nel trattamento di seconda linea del tumore esofageo in pazienti non selezionati non migliora la sopravvivenza globale, ma presenta benefici palliativi in un sottogruppo di pazienti difficili da trattare, che hanno ridotta aspettativa di vita. Futuri studi dovrebbero focalizzarsi sull’identificazione di biomarcatori predittivi per evidenziare il sottogruppo di pazienti che possono ottenere beneficio dal trattamento.
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