Medinews
30 Settembre 2013

SIAMO PROPRIO QUELLO CHE MANGIAMO?

Nell’editoriale pubblicato sul Journal of Clinical Oncology (leggi testo integrale), il professor Jeffrey A. Meyerhardt del Dana-Farber Cancer Institute di Boston discute di un argomento molto dibattuto: la relazione tra ‘dieta’ e ‘cancro’. L’associazione appare logica e si rifà al detto “sei quello che mangi”, che deriva dalla frase pronunciata dal politico e gastronomo francese Jean Anthelme Brillat-Savarin nel 1826 (“Dis-moi ce que tu manges, je te dirai ce que tu es”). Ancora oggi, malgrado siano passati quasi due secoli, non esistono dati sufficienti e convincenti sulla relazione tra la maggior parte dei fattori dietetici e molte malattie, tra queste il cancro. Gli studi su carne rossa e insaccati sono un raro esempio di risultati ‘certi’ di questa relazione con un aumentato rischio di sviluppare cancro al colon-retto. Nel 2007, esperti del World Cancer Fund e American Institute of Cancer Research hanno confermato questa evidenza: nella loro meta-analisi le carni rosse inducevano un aumento del rischio di tumore del colon-retto di 1.43 volte (IC 95%: 1.05 – 1.94) con un consumo settimanale e di 1.29 volte (IC 95%: 1.04 – 1.60) con 100 g/giorno. Analogamente, gli insaccati sono stati associati a un aumento del rischio di 1.21 (IC 95%: 1.04 – 1.42) con un consumo di 50 g/giorno. Lo studio di McCullough e colleghi, presentato in questo stesso numero di AiomNews, ha esaminato la mortalità in 2315 pazienti che avevano sviluppato cancro del colon-retto durante la partecipazione al Cancer Prevention Study-II Nutrition Cohort. In queste persone, la quantità di carne rossa e insaccati consumata prima della diagnosi del tumore è stata associata a mortalità per tutte le cause, ma non a quella specifica per il tumore del colon-retto, suggerendo quindi che questo aumento fosse legato alla mortalità per malattia cardiovascolare. Al contrario, i pazienti che assumevano elevate quantità di carne rossa e insaccati sia prima che dopo la diagnosi mostravano un aumentato rischio di morte associata al tumore del colon-retto, ma non della mortalità globale o associata a patologia cardiovascolare. Perché, quindi, l’esposizione prima della diagnosi, che aumenta il rischio di sviluppare il tumore, non altera la storia naturale nel periodo successivo? Pur non conoscendo l’esatto meccanismo d’azione, ne sono stati proposti diversi: produzione di amine eterocicliche con la cottura ad alte temperature oppure formazione endogena nel tratto gastro-intestinale di N-nitroso-derivati dall’eme e, ancora, nitriti e nitrati aggiunti per la conservazione che potrebbero aumentare l’esposizione esogena a nitrosamine, N-nitroso-derivati e loro precursori. Il rischio di recidiva nei pazienti con tumore non metastatico del colon-retto è stato correlato alla malattia micro-metastatica, già presente alla diagnosi. Gli effetti cancerogeni locali dunque sarebbero meno importanti nei sopravviventi. Al contrario, recenti studi su dieta e sopravvivenza al tumore del colon-retto hanno indicato un’associazione con la recidiva, perché aumenterebbero la produzione di insulina e fattori di crescita simili, che stimolano crescita cellulare, proliferazione e potenziale metastatico, favorendo lo sviluppo della malattia micro-metastatica in queste persone. È tuttora difficile trarre conclusioni definitive per emettere raccomandazioni riguardo alla dieta: se l’esposizione prima della diagnosi ha portato allo sviluppo del tumore, ma quella dopo la diagnosi no, allora non sono necessarie raccomandazioni. Studi su dieta e stile di vita non sono ancora in grado di offrire conclusioni decisive, ma è curioso osservare che l’elevato consumo di carni rosse e insaccati sia prima che dopo la diagnosi favorisca la mortalità specifica per il tumore del colon-retto, mentre una sola delle due alternative non la influenzi. Per questo può essere utile consigliarne un consumo limitato anche dopo la diagnosi, sebbene questa osservazione sia puramente speculativa e richieda conferma in studi futuri. Lo studio di McCullough e colleghi suggerisce inoltre che il tumore del colon-retto può aumentare il rischio di altre malattie, quindi la sopravvivenza dei pazienti è influenzata dalle comorbidità che dovrebbero dunque essere tenute sotto controllo. L’autore dell’editoriale afferma infine che ci si dovrebbe chiedere se studi su fattori di rischio e sopravvivenza a questo tumore possano essere utili per i pazienti. Bisognerebbe tuttavia considerare la forza dell’evidenza fornita da questi studi per giustificare eventuali raccomandazioni di alterare la dieta o lo stile di vita. Sebbene uno studio randomizzato controllato sarebbe l’ideale per rispondere a tali quesiti, il numero di pazienti necessari per ottenere un potere statistico adeguato è improponibile: tutti gli studi su dieta e stile di vita in sopravviventi al tumore del colon-retto sono osservazionali, con potenziali bias e fattori di confondimento. In conclusione, se da una parte la dieta prima della diagnosi può influenzare gli ‘outcome’ ma è di limitata utilità nel paziente che ha già sviluppato il tumore, si rafforza la validità della raccomandazione che una dieta e uno stile di vita sano durante tutta l’esistenza possano massimizzare i benefici di salute.
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