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19 Giugno 2013

SEQUENZA DI TERAPIE SISTEMICHE NEL CARCINOMA RENALE AVANZATO: ESISTE UNA STRATEGIA MIGLIORE?

L’attuale sequenza che prevede l’impiego di sorafenib, axitinib ed everolimus è supportata da studi randomizzati, ma nuovi agenti con meccanismi d’azione diversi devono essere individuati

Esiste un razionale molto solido sulla sequenza di terapie target per il carcinoma renale metastatico a cellule chiare. Tuttavia, il momento in cui debba essere attuata la sostituzione della terapia e la scelta del miglior agente rimangono ancora non chiariti. L’articolo dei professori Tom Powles e Shanthini M. Crusz del Barts Cancer Institute, St Bartholomew’s Hospital, Queen Mary University of London, pubblicato sull’American Society of Clinical Oncology (ASCO) Educational Book (leggi abstract) in occasione del congresso annuale ASCO 2013, sottolinea che dati di studi randomizzati (RECORD-1) avevano per primi suggerito l’utilizzo di un inibitore mTOR (everolimus) dopo fallimento della terapia target con inibitore tirosin-chinasico (TKI) anti-VEGF (fattore di crescita endoteliale vascolare) aprendo la strada all’uso sequenziale di terapie target nel carcinoma renale. Due anni fa, lo studio randomizzato di fase III, AXIS, ha ulteriormente appoggiato l’uso della terapia sequenziale di due agenti anti-VEGF, favorendo la scelta di axitinib, rispetto a sorafenib, per una più lunga sopravvivenza libera da progressione (PFS), dopo fallimento di sunitinib, anche se l’effetto era superiore nei pazienti che non avevano ricevuto un TKI. Altri dati randomizzati supportano l’uso sia di anti-VEGF che di inibitori di mTOR nella malattia resistente a un primo TKI anti-VEGF. Everolimus può essere utilizzato in seconda linea nei pazienti nei quali la terapia di prima linea con TKI anti-VEGF abbia fallito, ma le successive linee di terapia diventano vere e proprie sfide, che saranno affrontate nello studio GOLD. Un recente studio randomizzato (INTORSECT) ha comparato temsirolimus a sorafenib in pazienti con carcinoma renale metastatico divenuti refrattari a sunitinib. Anche se non è stata evidenziata alcuna differenza significativa di PFS tra i due agenti, il secondo ha offerto una sopravvivenza globale impressionante (+ 4.3 mesi; 12.3 vs 16.6 mesi con temsirolimus vs sorafenib; p < 0.001). In sintesi, i dati ad oggi ottenuti per il trattamento del carcinoma renale metastatico sono consistenti soprattutto per sorafenib, anche se un certo grado di resistenza crociata sembra sia osservato tra i diversi agenti target. Gli avanzamenti ottenuti e le nuove sfide da affrontare, tuttavia, stimolano la ricerca per lo sviluppo di nuove terapie con meccanismi d’azione innovativi, come l’inibizione PD/PDL-1 e FDG-2.


Renal Cancer Newsgroup – Numero 6 – Giugno 2013
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