sabato, 28 novembre 2020
Medinews
8 Maggio 2012

SE L’INFARTO E’ SILENTE AUMENTA LA MORTALITA’ INTRAOSPEDALIERA

Chi subisce un infarto silente, che non dà una chiara e riconoscibile sintomatologia dolorosa, rischia di più la vita rispetto a chi viene colto dallo stesso tipo di evento ischemico cardiaco (con elevazione del tratto St o Stemi) ma riconoscibile perché accompagnato dalla manifestazione antalgica caratteristica. E’ proprio il ritardo diagnostico che sembra determinare il danno peggiore cioè la maggior porzione di ischemia miocardia, rispetto ai pazienti che ottengono una diagnosi più tempestiva. La conferma giunge dallo studio Kamir (Korea acute myocardial infarction registry), condotto dal team di Jae Yeong Cho dell’Ospedale universitario nazionale Chonnam di Gwangju (Corea del Sud), nel quale sono stati compresi quasi 7.300 (7.288) pazienti colpiti da infarto Stemi (età media: 61,8 anni; 74% uomini; gruppo infarto senza dolore, n=736; gruppo con dolore, n=6.525). Gli esiti considerati nello studio sono stati la mortalità intraospedaliera e gli eventi cardiaci maggiori a 1 anno di follow-up. I pazienti che non avevano avvertito dolore erano generalmente i più anziani, prevalentemente femmine, non fumatori, diabetici, normolipidemici e con un profilo di rischio di morte a 30 giorni (classe Killip) più elevato. Il gruppo senza dolore ha presentato più decessi intraospedalieri (5,9% vs 3,6%) ed eventi cardiaci maggiori a 1 anno (26% vs 19%). All’analisi statistica, l’ipotensione, una bassa frazione d’eiezione ventricolare e un’elevata classe di Killip si sono rivelate, nell’ordine, predittori indipendenti di eventi cardiaci maggiori a 1 anno nei pazienti con infarto Stemi non doloroso.

American Journal of Cardiology – Doctor33
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