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10 Ottobre 2011

RITUXIMAB ASSOCIATO A CHEMIOTERAPIA CHOP NEI PAZIENTI GIOVANI CON LINFOMA DIFFUSO A GRANDI CELLULE B

L’anticorpo monoclonale rituximab, quando associato a chemioterapia contenente ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina e prednisone (CHOP), migliora gli esiti a lungo termine dei pazienti giovani con linfoma diffuso a grandi cellule B a prognosi favorevole. MInT (MabThera International Trial) è stato il primo studio a dimostrare esiti migliori a 3 anni dopo aggiunta di rituximab ad un regime simil-CHOP in questi pazienti. Un follow-up prolungato era però necessario per valutare gli effetti nel lungo termine. Nello studio randomizzato, aperto, MInT, i pazienti arruolati in 18 Paesi (età 18 – 60 anni con nessuno o un solo fattore di rischio, secondo l’Indice Prognostico Internazionale [IPI] aggiustato per età, malattia in stadio II-IV o stadio I con massa tumorale) sono stati randomizzati a ricevere 6 cicli di chemioterapia simil-CHOP in associazione o meno a rituximab. Una radioterapia aggiuntiva è stata somministrata alla massa tumorale e ai siti extranodali. La randomizzazione era centralizzata, con sistema computerizzato, e la stratificazione è stata eseguita secondo centro, sede primaria del tumore, IPI aggiustato per età e regime chemioterapico, attraverso l’uso di un algoritmo di minimizzazione modificato con componente stocastico. I pazienti e i ricercatori erano a conoscenza dell’allocazione di trattamento. Endpoint primario era la sopravvivenza libera da eventi; l’analisi ‘intention-to-treat’. Lo studio pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology (leggi abstract originale) rappresenta un follow-up di MInT, che si era concluso nel 2003. La popolazione ‘intention-to-treat’ includeva 410 pazienti assegnati a sola chemioterapia e 413 assegnati all’associazione di chemioterapia e rituximab. Dopo un follow-up mediano di 72 mesi (range: 0.03 – 119), la sopravvivenza a 6 anni libera da eventi era del 55.8% (IC 95%: 50.4 – 60.9; 166 eventi) nei pazienti assegnati alla sola chemioterapia e 74.3% (IC 95%: 69.3 – 78.6; 98 eventi) in quelli che avevano ricevuto chemioterapia e rituximab (differenza tra gruppi 18.5%, IC 95%: 11.5 – 25.4; p log-rank < 0.0001). L’analisi multivariata ha evidenziato che la sopravvivenza libera da eventi era influenzata da gruppo di trattamento, presenza di massa tumorale e IPI aggiustato per età e che la sopravvivenza globale era invece influenzata solo dal gruppo di trattamento e dalla presenza di massa tumorale. Dopo trattamento combinato con chemioterapia e rituximab, era possibile separare un sottogruppo di pazienti con prognosi favorevole (IPI = 0, nessuna massa) da uno con prognosi meno favorevole (IPI = 1 o massa, o entrambi) che presentavano una sopravvivenza libera da eventi rispettivamente dell’84.3% (IC 95%: 74.2 – 90.7) e del 71.0% (IC 95%: 65.1 – 76.1; p log-rank = 0.005). Nel gruppo trattato con sola chemioterapia si sono sviluppati 18 tumori secondari (4.4%, IC 95%: 2.6 – 6.9) e 16 (3.9%, IC 95%: 2.2 – 6.2) in quello che ha ricevuto anche rituximab (test esatto di Fisher p = 0.730). Gli autori concludono affermando che la definizione di due sottogruppi prognostici favorisce un approccio terapeutico più definito per i pazienti che sono valutati solo con IPI.
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