giovedì, 23 maggio 2024
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23 Gennaio 2013

RISPOSTE COMPLETE NEL CARCINOMA RENALE IN STADIO AVANZATO. UTOPIA O POSSIBILITÀ REALI?

È importante considerare sopravvivenza e qualità di vita quali punti di riferimento primario ed è essenziale valutare la sicurezza e l’efficacia di tutti i trattamenti utilizzati

Elena Verzoni, Enrico Garanzini e Giuseppe Procopio dell’Istituto Tumori di Milano descrivono, in una lettera all’editore della rivista Clinical and Experimental Nephrology (vedi riferimento bibliografico), la loro esperienza sulla terapia con inibitori tirosin-chinasici (TKI) in pazienti con carcinoma renale metastatico. I dati della letteratura, derivanti da studi di fase II e III e Programmi di Accesso Allargato o analisi retrospettive, suggeriscono che la risposta completa (CR) non è evento comune e viene osservata in meno del 5% dei pazienti trattati. Tra i 366 pazienti con carcinoma renale metastatico trattati all’Istituto dei Tumori di Milano con TKI in monoterapia si sono verificati solo 5 casi di CR. Un’analisi retrospettiva, in centri europei ma soprattutto in Francia, ha evidenziato 64 casi di CR in pazienti trattati con TKI (36 in monoterapia e 28 in associazione a trattamenti loco-regionali, come chirurgia, radioterapia o radiofrequenza), senza tuttavia specificare il numero di pazienti esaminati. Il gruppo di Bernard Escudier dell’Institut Gustave Roussy di Villejuif Paris Sud ha riportato un tempo mediano di raggiungimento della CR di 12.6 mesi in pazienti che avevano ricevuto un TKI in monoterapia e di 18.5 mesi in quelli trattati anche con approcci loco-regionali. Questo suggerisce l’importanza di prolungare la terapia con TKI e la possibilità di ottenere un risposta tardiva all’agente target. Il ruolo dei trattamenti multimodali, specialmente la resezione delle metastasi nei pazienti che presentano solo limitata estensione della malattia metastatica, potrebbe essere curativo in casi selezionati di carcinoma renale metastatico. Per l’identificazione di questi pazienti, un’analisi retrospettiva ha suggerito i seguenti parametri: un intervallo dalla nefrectomia > 1 anno, la presenza di non più di 3 lesioni e la chirurgia radicale. È possibile che la CR, oltre a un esito più favorevole, possa essere identificata con la ‘cura’ del tumore e l’ottenimento di una CR spesso implica l’interruzione della terapia anti-tumorale con un conseguente miglioramento della qualità di vita. Secondo gli autori, non è ancora possibile affermare se l’interruzione del TKI dopo CR migliori o peggiori l’esito della malattia, ma è probabile che un follow-up più lungo delle coorti di pazienti inclusi in vari studi possa offrire informazioni addizionali in materia. In ogni caso, per migliorare la qualità di vita, esperienze preliminari suggeriscono la possibilità di usare questi agenti in modo intermittente, almeno in casi selezionati. Gli autori, infine, sottolineano l’importanza di ottimizzare il trattamento dei pazienti con carcinoma renale metastatico, elevando sopravvivenza e qualità di vita a punti di riferimento primario del medico. Sotto questo aspetto, è dunque essenziale valutare il profilo di sicurezza e l’efficacia clinica degli agenti anti-tumorali e di tutti gli approcci loco-regionali, l’aderenza e l’aspettativa di vita dei pazienti secondo le caratteristiche della malattia.


Renal Cancer Newsgroup – Numero 1- Gennaio 2013
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