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18 Ottobre 2010

PREVENZIONE E TRATTAMENTO DEL BURNOUT IN GIOVANI ONCOLOGI PER MIGLIORARE LE CURE

I giovani oncologi dell’ESMO chiedono studi sul burnout e lo sviluppo di strategie di screening e programmi di intervento. Il burnout è una sindrome da esaurimento emozionale e depersonalizzazione che può alterare non solo la qualità di vita dell’oncologo, ma anche la qualità delle cure. Il fenomeno è molto comune ed è sottostimato. Se ne è parlato a Milano in uno speciale simposio sull’argomento durante il 35mo Congresso ESMO. I risultati di uno studio pubblicato recentemente nella rivista European Journal of Cancer sono stati ricordati dal dott. Laurence Albiges dell’Istitut Gustave Roussy: lo studio è stato condotto da tre associazioni nazionali, tra cui quella francese, di oncologi nel 2009. Il 44% degli oncologi ha manifestato burnout, il 18% degli interni ha mostrato livelli anormali di esaurimento emozionale e depersonalizzazione e il 20% circa degli oncologi (radiologi, medici o ematologi) assumeva ansiolitici o ipnotici per superare queste situazioni. Il dott. Michael Karamouzis, Grecia, chair del comitato giovani oncologi ESMO, ha affermato che sono necessari ulteriori dati da tutta Europa, “comunità molto eterogenea” dove “il problema non è mai stato considerato globalmente, ma solo localmente, paese per paese”. Gli italiani Marina Garassino, del comitato giovani oncologi ESMO, e Massimo di Maio, a capo del comitato italiano giovani oncologi, hanno ribadito alcuni punti: “I fattori principali sembrano essere, da una parte, il carico emotivo legato alla frequente e ripetuta perdita, che fa emergere questioni esistenziali e un sentimento di inadeguatezza, dall’altra fattori legati all’ansia per il futuro, alla qualità del training medico e alle tensioni con i clinici anziani per le scelte terapeutiche divergenti. Altra causa fondamentale è il carico di lavoro, a cui i giovani medici sono esposti, lavorando molto più a lungo con i pazienti, per la ricerca e lo studio, che lascia poco spazio agli interessi personali e al riposo”. I livelli di burnout sono misurati con il Maslach Burnout Inventory, un questionario a 22 item che copre le tre dimensioni di esaurimento emozionale, di depersonalizzazione e di riconoscimento personale. Non colpisce solo i giovani oncologi: il prof. Fortunato Ciardiello della II Università di Napoli e membro del comitato educazionale ESMO, ha ipotizzato che il burnout colpisca prima o poi, in grado diverso, tutti i professionisti sanitari che lavorano in oncologia. Training di comunicazione possono essere utili per ridurre questo fenomeno e, specialmente se la stessa avviene in gruppo, si possono evitare situazioni stressanti. “Il burnout dovrebbe – secondo il dott. Albiges – cessare di essere un tabù. Se ne dovrebbe parlare di più con i colleghi più anziani e dovrebbe essere introdotto nel programma di educazione degli oncologi”. Nei paesi anglosassoni, gli studenti di medicina sono obbligati a frequentare moduli di educazione alla comunicazione, ma non in molte altre parti d’Europa. L’ESMO può aiutare a promuovere questo tipo di educazione attraverso linee guida e stimolando un training obbligatorio in tutta Europa, anche con l’insegnamento di specifiche ‘azioni’ che possono essere migliorate con il training o con la formazione durante un periodo di frequenza obbligatoria in un reparto di oncologia. Il burnout è reversibile, ma è necessario iniziare al più presto a sviluppare strumenti di screening per individuare gli interni a rischio. Programmi di intervento, come gruppi di supporto, maggiore controllo da parte degli oncologi più anziani e training sulla comunicazione e sulla gestione dello stress, dovrebbero essere incoraggiati.
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