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15 Giugno 2009

NOVE ITALIANI SU 10 VOGLIONO CURE A CASA, MA PAESE ARRANCA

Curarsi a casa, con i propri cari al fianco, senza dover sottostare a orari di visita da ospedale. Quasi nove italiani su 10 – l’87% dei connazionali per la precisione – preferirebbero essere curati fra le proprie mura domestiche piuttosto che in ospedale. Il 94% crede che si tratti di un diritto che deve essere tutelato dal Servizio sanitario nazionale. E chi diffida dal ricevere cure domiciliari, ovvero il 13% degli italiani, lo fa perché ha avuto esperienze negative in passato. I dati emergono da un’indagine condotta dalla Fondazione Istud su 700 connazionali di tutte le età e da un estremo all’altro del Paese, presentata a Roma nel corso dell’incontro ‘Knocking on patient’s door’, nella sede della Regione Lazio. Nella fotografia scattata dall’indagine non mancano le zone d’ombra: benché gli italiani preferiscano le cure domiciliari, infatti, il 65% ignora le organizzazioni che sul territorio si occupano di fornire tali servizi, gratuiti o a pagamento. Un dato che non sorprende alla luce del fatto che l’Italia, a dispetto dei desideri dei suoi abitanti, su questo fronte sembra arrancare letteralmente. “Quella delle cure domiciliari – ha confermato Maria Giulia Marini, responsabile dell’area sanità della Fondazione Istud – è una terra di frontiera, un territorio dai contorni incerti e indefiniti, tutta da conquistare”. Soprattutto alla luce del Paese che verrà. “Già oggi – ha fatto notare Marini – il 39% della popolazione ha una malattia cronica. Ma questi numeri sono destinati a salire: nel 2020 un italiano su quattro avrà più di 65 anni”. Benché manchino dati sulla diffusione dei servizi domiciliari, “l’Italia – ha confermato l’esponente della Fondazione Istud – su questo fronte potrebbe essere suddivisa in fasce”, con il Nord che avanza, il Centro che arranca e il Sud fanalino di coda. E spesso, dove l’assistenza domiciliare è una realtà, “grava per lo più sulle tasche delle famiglie, con una spesa stimata di 1.760 euro al mese tra farmaci, protesi, badante e altri costi”, ha sottolineato Marini. Lo scorporo del ministero della Salute da quello del Welfare, “da questo punto di vista – secondo Marini – rappresenterà un’opportunità perduta”. A tutto svantaggio delle famiglie con malati a carico, “che non ottengono soldi per farmaci e presidi, né tantomeno per le modifiche che spesso vengono apportate all’appartamento e sono chiamate inoltre a fare i conti con un calo della produttività, perché il più delle volte chi assiste un malato – nel 70-80% dei casi una donna – deve rinunciare al lavoro. Per questo è fondamentale attivare una buona collaborazione con i servizi sociali, spesso troppo scollati da quelli sanitari”, ha sottolineato Marini. Sull’esempio di Francia, Inghilterra, Canada, Svizzera “e tantissimi altri Paesi – ha detto Marini – l’Italia dovrebbe correre ai ripari, dotandosi di servizi h24 che garantiscano assistenza domiciliare 24 ore su 24 e 7 giorni alla settimana. Prevedere, inoltre, dei voucher che supportino le famiglie da un punto di vista economico. Oggi, infatti – ha concluso con una nota polemica – i costi dell’assistenza domiciliare finiscono per gravare quasi esclusivamente su chi ha un malato in casa”.
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