martedì, 16 agosto 2022
Medinews
4 Settembre 2012

MIGLIORE SOPRAVVIVENZA GLOBALE NEI PAZIENTI CON NUOVA DIAGNOSI DI CANCRO ALLA PROSTATA M1

La sopravvivenza globale dal tumore è migliorata dopo l’introduzione dello screening dell’antigene prostatico specifico (PSA) e l’aggiustamento per i fattori di rischio. Tuttavia, questo effetto non si può attribuire solo al monitoraggio del PSA. La determinazione frequente di questo indice per lo screening e il monitoraggio del tumore della prostata ha portato a una significativa migrazione di stadio alla diagnosi. Il gruppo SWOG (Southwest Oncology Group, organizzazione supportata dal National Cancer Institute) ha valutato se la sopravvivenza globale dei pazienti con cancro della prostata metastatico, mai trattati con terapia ormonale, fosse migliorata nel periodo di utilizzo del PSA e se ciascun sottogruppo di pazienti avesse ottenuto benefici diversi in questo periodo. Lo studio pubblicato sul Journal of Urology (leggi abstract) ha comparato la sopravvivenza globale in tre studi sequenziali di fase III su 3096 pazienti con tumore metastatico della prostata, naïve per la terapia ormonale, che hanno ricevuto terapia da deprivazione androgenica simile, che comprendevano due studi condotti prima dell’introduzione del monitoraggio di PSA (S8494 e S8894) e uno durante il suo utilizzo (S9346). La sopravvivenza globale è stata aggiustata per paziente e fattori di rischio della malattia negli ultimi due studi e i sottogruppi sono stati valutati secondo le interazioni dei fattori di rischio con lo studio. I risultati indicano una sopravvivenza mediana di 30 mesi nello studio S8494, di 33 mesi in S8894 e di 49 in S9346. Dopo aggiustamento per i fattori di rischio, è stata osservata una riduzione del rischio di morte del 22%, nello studio S9346 rispetto a S8894 (HR 0.78, IC 95%: 0.70 – 0.87, p < 0.001). Il miglioramento della sopravvivenza globale era più marcato nei maschi americani di colore (test interazione p = 0.008). Negli studi S8494 e S8894, la sopravvivenza mediana in uomini di razza nera era di 27 mesi mentre era rispettivamente 34 e 35 mesi nei pazienti non di colore. Questa differenza tra razze scompariva nello studio S9346 che ha riportato una sopravvivenza globale di 48 e 49 mesi rispettivamente nei maschi di razza nera e non. Dunque, dopo aggiustamento per alcuni fattori di rischio la sopravvivenza globale è migliorata significativamente nello studio condotto nel periodo di monitoraggio del PSA. Tuttavia, gli autori non sono in grado di concludere che questo effetto sia attribuibile unicamente al monitoraggio dell’antigene. I pazienti di colore mostrano ora una sopravvivenza globale comparabile a quella dei bianchi e stime di sopravvivenza aggiornate dovrebbero essere utilizzate per la pianificazione di nuovi studi in questa popolazione.
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