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7 Dicembre 2010

LA FREQUENZA CARDIACA ELEVATA E’ ASSOCIATA AD AUMENTO DELLA MORTALITÀ

Un’ampia analisi sui risultati di due studi clinici recenti ha evidenziato che nei pazienti con malattia cardiaca stabile, una frequenza cardiaca più bassa è associata a tassi di mortalità significativamente minori. “I pazienti che abbiamo seguito nell’ambito degli studi clinici TRANSCEND e ONTARGET – ha spiegato uno degli autori del lavoro, Sherryn Rambihar della McMaster University di Hamilton, negli Usa – soffrivano di malattia arteriosa periferica, malattia cerebrovascolare e ictus, patologia coronarica e diabete mellito con complicanze d’organo. Per queste persone con patologia stabile, in base ai dati analizzati, possiamo senz’altro affermare che più bassa è la frequenza cardiaca, minore è la mortalità.” I ricercatori hanno seguito più di 31.500 pazienti per 56 mesi registrando i valori di frequenza cardiaca e i decessi, sia per causa cardiovascolare che per altra patologia. Il rischio di incorrere in infarti o ictus fatali è risultato aumentato del 41% o del 58% (a seconda del modello statistico utilizzato) tra chi aveva una frequenza cardiaca a riposo >70 battiti per minuto (bpm), ciò anche dopo aggiustamento dei dati per eventuali altre malattie concomitanti o per la terapia con beta-bloccanti o calcio-antagonisti. Il rischio di mortalità per tutte le cause è risultato aumentato del 34% o del 47% e quello di ospedalizzazione da scompenso cardiaco del 53% o del 63%, rispetto a chi aveva frequenza <70 bpm. I ricercatori hanno esaminato i dati anche separando i pazienti in gruppi in base alla frequenza cardiaca all’inizio dello studio. Rispetto al gruppo di pazienti con malattia cardiaca stabile e frequenza cardiaca minima (<58 bpm), quelli con la più elevata frequenza (>78 bpm) avevano il 77% in più di rischio di decesso per malattia cardiovascolare e il 65% in più di rischio di decesso per tutte le cause. “A partire dai 50 bpm, per ogni elevazione di 10 battiti vi è un costante e continuo aumento del rischio per il paziente”, ha affermato Rambihar. Già nello studio BEAUTIFUL si era evidenziato un beneficio, in termini di prognosi e mortalità, grazie all’aggiunta dell’ivabradina alla terapia in pazienti con alti tassi di frequenza cardiaca (>70 bpm) all’inizio dello studio. Più recentemente lo studio SHIFT ha dimostrato che l’aggiunta di ivabradina al trattamento ottimizzato per i pazienti con scompenso cardiaco comporta una riduzione significativa del tasso composito di decessi per causa cardiovascolare e di ospedalizzazione da scompenso cardiaco.

Heartwire – Canadian Cardiovascular Congress 2010
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