sabato, 25 giugno 2022
Medinews
10 Gennaio 2012

INFARTO: CON L’ECOCARDIOGRAFIA MISURARE L’AREA COLPITA DIVENTERA’ ESAME DI ‘ROUTINE’

L’ecocardiografia speckle tracking è in grado di competere con la risonanza magnetica nella quantificazione delle dimensioni dell’area miocardica colpita da infarto. E’ quanto hanno dimostrato due studi, dei quali uno italiano diretto da Denisa Muraru dell’Università di Padova, presentati lo scorso mese al congresso EUROECHO 2011 tenutosi a Budapest, in Ungheria. Oggi, nella pratica clinica, l’area miocardica colpita non viene misurata, ad eccezione che negli studi clinici, in quanto la metodica standard (risonanza magnetica con uso di agenti di contrasto a base di gadolinio) risulta lunga, costosa e va effettuata esclusivamente da specialisti di imaging. Al contrario, l’esame con ecocardiografia speckle tracking “può essere comodamente eseguito dai cardiologi al letto del paziente – spiega Luigi Badano, presidente della Società Europea di Ecocardiografia (EAE) – mediante macchine portatili e può venir ripetuto ogni qual volta sia necessario”. Può inoltre essere effettuato anche in malati con controindicazioni per la risonanza magnetica, quali i portatori di dispositivi metallici impiantabili, coloro che soffrono di claustrofobia e di grave insufficienza renale che preclude l’uso di infusi di contrasto. “Gli studi presentati all’EUROECHO 2011 – continua Badano – aprono nuovi scenari nella pratica clinica facendo prevedere che ogni paziente ricoverato per infarto, prima della dimissione, possa essere sottoposto a valutazione delle dimensioni dell’area colpita dall’ischemia”. Dai dati oggi disponibili – illustrati dagli esperti al meeting EUROECHO – emerge che i pazienti infartuati nei quali oltre il 30% del ventricolo sinistro risulta danneggiato, hanno il doppio delle probabilità di decesso entro un anno dall’attacco rispetto a chi subisce infarti meno ampi. Lo screening dei pazienti colpiti da infarti di dimensioni maggiori permette pertanto l’identificazione dei malati con prognosi peggiori che beneficiano di una terapia più aggressiva e di più frequenti esami e visite di controllo.

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