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17 Ottobre 2017

Incidence of Endocrine Dysfunction Following the Use of Different Immune Checkpoint Inhibitor Regimens

If not promptly recognized, endocrine dysfunction can be life threatening. The incidence and risk of developing such adverse events (AEs) following the use of immune checkpoint inhibitor (ICI) regimens are unknown. To compare the incidence and risk of endocrine AEs following treatment with US Food and Drug Administration–approved ICI regimens. A PubMed search through July 18, 2016, using the following keywords was performed: “ipilimumab,” “MDX-010,” “nivolumab,” … (leggi tutto)

In questa revisione sistematica e metanalisi gli autori valutano l’incidenza delle alterazioni endocrinologiche in pazienti affetti da patologia oncologica e trattati con inibitori di immuno-checkpoint già parte della pratica clinica. Ancora una volta viene evidenziata un’aumentata tossicità (ed in particolare un aumento di alterazioni della funzionalità tiroidea e ipofisiti) derivante dalla combinazione di due immunoterapici (lo stesso dato emergeva anche in una revisione sistematica che guardava alla tossicità polmonare in pazienti affetti da tumore polmonare e melanoma: Naidoo J et al, JCO 2017). La ricerca bibliografica condotta a decorrere dal luglio 2016 ha sortito una lista di 36 studi randomizzati che valutavano ipilimumab, nivolumab, pembrolizumab e atezolizumab (come monoterapia o come terapia di associazione fra ipilimumab e uno degli inibitori di immuno-checkpoint) per un totale di 7.551 pazienti. Sono state valutate le tossicità (ogni grado) tiroidee (ipo, iper), ipofisiti, insufficienza surrenalica e diabete insulino-dipendente.
L’incidenza di ipertiroidismo registrata è stata pari al 2,9%, con una variabilità da 0,6% con un PD-L1-inibitore in monoterapia a 8,0% con un trattamento di combinazione. Per l’ipotiroidismo i dati sono di 6,6%, con variabilità da 3,8% a 13,2%. I pazienti trattati con la combinazione di ipilimumab e uno degli inibitori di immuno-checkpoint riportavano un più alto rischio di ipertiroidismo (odds ratio [OR] = 4,27; p = 0,001) e ipotiroidismo (OR = 3,81; p < 0,001), rispetto a quelli trattati con solo ipilimumab. Rispetto ai pazienti trattati con ipilimumab, quelli trattati con un immuno-checkpoint inibitore riportavano un più alto rischio di ipotiroidismo (OR = 1,89; p = 0,03). Il rischio di ipertiroidismo era inoltre significativamente superiore nei pazienti trattati con PD-1 inibitore rispetto a quelli trattati con PD-L1 inibitore (OR = 5,36; p = 0,002).
Globalmente l’incidenza di ipofisiti è stata pari a 6,4% con la terapia di combinazione e a 3,2% con ipilimumab, 0,4% con un PD-1 inibitore e < 0,1% con un PD-L1 inibitore. Rispetto ai pazienti trattati con ipilimumab, il rischio di ipofisite era nettamente inferiore in quelli trattati con solo immuno-checkpoint (PD-1 inibitore) (OR = 0,29; p < 0,001) e significativamente superiore in quelli trattati con la combinazione (OR = 2,2; p = 0,001).
La numerosità era invece troppo bassa per fornire dati in merito all’insufficienza surrenalica.
L’introduzione di questi farmaci nella pratica clinica e come nuova tipologia di trattamento in molte tipologie tumorali rende indispensabile una maggiore acquisizione di dati in termini di profilo di tollerabilità e di PRO (Patient reported outcomes). Questo paper fornisce dati utili per quanto riguarda la tossicità a carattere endocrino, da non ritenersi esaustiva né omnicomprensiva, ma sicuramente valida nell’impostazione terapeutica.
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