sabato, 13 luglio 2024
Medinews
6 Maggio 2019

Immunotherapy in organ-transplanted cancer patients: efficacy and risk of organ rejection

Organ-transplanted patients have a significantly higher risk of developing solid tumors (1). These patients are systematically excluded from clinical trials, so their available therapeutic options are very limited. With the incorporation of immunotherapy to cancer treatment in recent years, mostly anti-programmed death 1 (PD1)/PD1 ligand (PDL1) and anti-cytotoxic Tlymphocyte-associated protein 4 (CTLA-4) drugs, further concerns arise for this special population … (leggi tutto)

I pazienti con un precedente trapianto d’organo sono tra le categorie “speciali” per le quali la decisione relativa all’eventuale trattamento antitumorale con farmaci immune checkpoint inhibitors è molto delicata. Tali pazienti, infatti, non sono rappresentati negli studi registrativi di tali farmaci, per i quali l’anamnesi di trapianto d’organo rappresentava un criterio di esclusione, e la decisione di candidare il paziente al trattamento immunoterapico è combattuta tra la volontà di offrire un’opportunità terapeutica efficace e il rischio di tossicità, che nel caso specifico può comportare il rigetto del trapianto.
In uno scenario che si basa su evidenze deboli, Ros e colleghi sintetizzano, nella recente pubblicazione di Annals of Oncology, la letteratura esistente sull’argomento, basata essenzialmente sul report di casi clinici. Dalla sintesi dei casi esistenti in letteratura, emerge che il trattamento immunoterapico, con farmaci anti-CTLA-4 o anti-PD-1, è associato a un rischio tutt’altro che trascurabile di rigetto. In particolare, gli autori evidenziano che il rischio appare particolarmente elevato con i farmaci anti-PD-1, e molto meno con i farmaci anti-CTLA-4, lasciando ipotizzare che il diverso meccanismo d’azione delle 2 categorie di farmaci esponga a un diverso rischio di rigetto del trapianto. Nel caso dei farmaci anti-PD-1, il rigetto si era manifestato dopo un intervallo mediano relativamente breve rispetto all’inizio del trattamento (28 giorni, con un range da 5 a 120).
Con tutti i limiti di una raccolta di questo tipo, non sembra che l’intervallo di tempo trascorso dal trapianto d’organo all’inizio dell’immunoterapia rappresenti un fattore predittivo del rischio di rigetto, essendo risultato simile nei casi con rigetto rispetto a quelli che non avevano manifestato il problema.
In conclusione, si tratta di un dato da tener presente nel valutare i rischi e i benefici dell’eventuale immunoterapia: in molti casi, nonostante l’avvio tempestivo della terapia immunosoppressiva “di salvataggio”, l’evento avverso si è concluso con il rigetto definitivo dell’organo trapiantato.
TORNA INDIETRO