lunedì, 4 maggio 2026
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21 Aprile 2017

Hyperprogressive disease is a new pattern of progression in cancer patients treated by anti-PD-1/PD-L1

While immune checkpoint inhibitors are disrupting the management of patients with cancer, anecdotal occurrences of rapid progression (i.e., hyperprogressive disease or HPD) under these agents have been described, suggesting potentially deleterious effects of these drugs. The prevalence, the natural history, and the predictive factors of HPD in patients with cancer treated by anti-PD-1/PD-L1 remain unknown. Medical records from all patients (N = 218) prospectively … (leggi tutto)

Il lavoro di Champiat e colleghi, pur con i limiti del disegno retrospettivo, del numero di pazienti esaminati e dell’eterogeneità tra di essi, ha il merito di provare a definire un quadro clinico non frequente, ma estremamente importante nel campo dell’immunoterapia. L’hyperprogressive disease (HPD), osservata nel 9% dei pazienti, si associa infatti ad una ridotta sopravvivenza globale. Tale quadro risulta essere significativamente più frequente nei pazienti anziani, forse a causa di un diverso equilibro nell’espressione di segnali co-stimolatori e co-inibitori a livello delle cellule T in questo sottogruppo di pazienti oppure per una maggior concentrazione di citochine. Tale dato emerge peraltro anche da altre pubblicazioni, dove i pazienti anziani sembravano beneficiare meno del trattamento con inibitori di checkpoint rispetto alla controparte di giovani adulti (con tutti i limiti delle analisi per sottogruppi, su piccoli numeri). Le basi biologiche alla base dell’HPD non sono ancora chiare. Il blocco del sistema PD-1/PD-L1 potrebbe innescare l’attivazione di vie alternative di segnalazione cellulare in alcuni cloni neoplastici con effetto stimolatorio. Inoltre, meccanismi di compensazione di tipo immunologico potrebbero verificarsi all’interno del microambiente, anche dettati dall’attivazione dei linfociti T stessi. Il lavoro, seppur con i limiti sopra esposti, ha il merito di descrivere un quadro clinico non frequente, ma possibile, in pazienti trattati con inibitori di PD-1 e PD-L1 e che può avere conseguenze non solo non vantaggiose, ma addirittura pesantemente detrimentali. Studi prospettici in pazienti anziani potranno sicuramente chiarire se l’età possa essere un fattore predittivo di HPD.
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