martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
9 Novembre 2017

Gut microbiome influences efficacy of PD-1–based immunotherapy against epithelial tumors

Immune checkpoint inhibitors (ICI) targeting the PD-1/PD-L1 axis induce sustained clinical responses in a sizeable minority of cancer patients. Here, we show that primary resistance to ICI can be due to abnormal gut microbiome composition. Antibiotics (ATB) inhibited the clinical benefit of ICI in patients with advanced cancer. Fecal microbiota transplantation (FMT) from cancer patients who responded to ICI (but not from non-responding patients) into germ-free or ATB-treated mice … (leggi tutto)

Come è noto, la composizione del microbioma intestinale può influenzare numerosi processi del nostro organismo, tra cui la risposta immunitaria. Nonostante i recenti progressi ottenuti con i farmaci immune checkpoint inibitori in molte neoplasie, in una proporzione non trascurabile di pazienti il trattamento non ottiene l’auspicato controllo di malattia. L’interessante articolo pubblicato su Science da Bertrand Routy e colleghi offre evidenze sia precliniche che cliniche relative all’associazione tra la composizione del microbioma intestinale e l’efficacia degli immune checkpoint inibitori. In particolare, gli autori hanno valutato l’associazione tra l’impiego di terapia antibiotica ed efficacia dell’immunoterapia in una serie di pazienti con varie neoplasie solide, trattati con anti-PD1 o anti-PDL1. Su un totale di 249 pazienti, affetti da tumore del polmone, tumore del rene e dell’urotelio, sia la sopravvivenza libera da progressione che la sopravvivenza globale sono risultate significativamente peggiori nel gruppo che aveva ricevuto terapia antibiotica nei 2 mesi precedenti o nei 30 giorni seguenti l’inizio del trattamento immunoterapico. Gli autori, partendo dall’ipotesi che l’alterazione del microbioma intestinale possa mediare l’effetto negativo della terapia antibiotica sull’efficacia dell’immunoterapia, hanno analizzato la composizione delle feci di 100 soggetti e la composizione della flora batterica è risultata diversa tra rispondenti all’immunoterapia e non rispondenti. In particolare, il batterio Akkermansia muciniphila è risultato molto più presente nelle feci dei rispondenti rispetto ai non rispondenti. Infine, gli autori descrivono esperimenti di laboratorio su “topi avatar”, sottoposti a “trapianto di feci” prelevate da pazienti, sia rispondenti che non rispondenti all’immunoterapia, che subivano l’inoculazione di cellule tumorali e venivano trattati con i farmaci immunoterapici. La risposta all’immunoterapia è risultata migliore nei topi “trapiantati” con feci di pazienti che avevano risposto al trattamento: in particolare, la sensibilità all’immunoterapia può essere ottenuta, nel modello murino, colonizzando l’intestino del topo con il batterio Akkermansia muciniphila. In sintesi, l’aspetto interessante del lavoro è che suggerisce non solo un possibile meccanismo di resistenza, ma lascia intravedere possibilità di intervento terapeutico, mediante modificazione del microbioma intestinale.
TORNA INDIETRO