mercoledì, 25 novembre 2020
Medinews
8 Maggio 2012

FIBRILLAZIONE ATRIALE: SINDROME METABOLICA ALZA IL RISCHIO DI RECIDIVA DOPO L’ABLAZIONE

Dopo il trattamento della fibrillazione atriale mediante ablazione transcatetere, la co-presenza di sindrome metabolica comporta per il paziente un aumento del rischio di recidive aritmiche. E’ quanto accertato dall’équipe guidata da Sanghamitra Mohanty dell’Università di Austin, in Texas (Usa) che ha studiato quasi 1.500 (1.496) pazienti sottoposti ad ablazione transcatetere, di cui 485 con sindrome metabolica. Nel periodo immediatamente successivo alla procedura chirurgica, la prevalenza della fibrillazione atriale persistente risultava simile nei due gruppi di pazienti: nel 14,4% di quelli con sindrome metabolica e nel 12,1% di quelli senza alterazione dei principali parametri di rischio cardiovascolare. Ma a una media di 21 mesi dal trattamento, la fibrillazione atriale recidivava nel 39% del gruppo con sindrome metabolica contro il 32% nel gruppo senza sindrome metabolica. All’analisi multivariata, i predittori significativi di recidiva di aritmia includevano la presenza di sindrome metabolica, il sesso femminile e la fibrillazione atriale parossistica. Solo tra i pazienti con fibrillazione atriale non parossistica, elevati marker infiammatori (livello di proteina C-reattiva e conta leucocitaria) erano predittori di recidiva di fibrillazione o di tachicardia atriale. “E’ pertanto ragionevole affermare – scrivono gli autori della ricerca – che il meccanismo di collegamento tra sindrome metabolica e un tasso superiore di recidiva nei pazienti con fibrillazione atriale non parossistica, sia mediato dall’infiammazione. Non è invece noto perché i marker infiammatori non risultano predittivi degli esiti nei pazienti con fibrillazione atriale parossistica, anche se la spiegazione potrebbe essere ricercata nella differente espressione dei biomarcatori legata a una minore frequenza di co-morbidità associate in questa classe di malati”. “Questo studio evidenzia un ‘enigma’ a proposito dell’ablazione, affermano nell’editoriale Samuel J. Asirvatham e Zhen Jiao della Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, Usa -, in quanto più procediamo con l’intervento, più probabilità ci sono di eliminare le cause di innesco della fibrillazione, ma la risposta infiammatoria associata alla modifica del substrato anatomico può essere aritmogena, almeno nel breve termine. Dato che nella maggioranza dei pazienti la sindrome metabolica è una condizione cronica, le variazioni del substrato anatomico probabilmente continuano a verificarsi e un singolo intervento di ablazione basato sulla modifica di tale substrato potrebbe rivelarsi insufficiente. Tuttavia – più semplicemente, concludono gli autori – è possibile che lo stato delle attuali conoscenze non ci consenta di intervenire in maniera ottimale sul substrato aritmogeno.”

Reuters – Journal of the American College of Cardiology
TORNA INDIETRO