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2 Agosto 2011

ESC: RIDURRE LE EMORRAGIE NEGLI INTERVENTI PERCUTANEI PER ABBASSARE LA MORTALITA’

Diminuire l’incidenza e minimizzare l’entità degli episodi emorragici nei pazienti con sindromi coronariche acute sottoposti a interventi coronarici percutanei (PCI), potenziando al contempo la ricerca e le strategie cliniche in questo delicato ambito d’intervento. E’ quanto auspica il gruppo di lavoro sulla trombosi della Società Europea di Cardiologia (ESC) in un documento pubblicato di recente sullo European Heart Journal. “L’aumento dei progressi nel trattamento delle sindromi coronariche acute – afferma Gabriel Steg del Centre Hospitalier Bichaut-Claude Bernard di Parigi, primo autore dell’articolo – grazie alla combinazione della terapia antitrombotica nella fase acuta e al più ampio uso di tecniche di rivascolarizzazione, ha comportato che i sanguinamenti assumessero un ruolo prognostico sempre più significativo”. “Il sanguinamento associato agli interventi coronarici percutanei – spiega Kurt Huber del Wilhelminenspital di Vienna, ex-direttore del gruppo di lavoro dell’ESC – può essere causato dai trattamenti antitrombotici, da morbidità relativa ad ulcere gastriche o da disfunzione renale; va inoltre tenuto presente il trauma a livello vasale”. I risultati degli ultimi studi provano che esiste una stretta e potenzialmente modificabile associazione tra sanguinamento ed esiti avversi nei pazienti con sindromi coronariche acute sottoposti a interventi coronarici percutanei. Già nel 2006 uno studio su oltre 34.000 pazienti con sindrome coronarica acuta ha dimostrato che i malati con maggiori sanguinamenti hanno tassi di mortalità cinque volte superiori nei primi 30 giorni e 1,5 volte maggiori tra 30 giorni e 6 mesi dall’evento. Inoltre, i trial OASIS 5 e HORIZONS hanno evidenziato l’associazione tra marcata riduzione dei sanguinamenti e diminuzione della mortalità. “Tale associazione non può essere puramente casuale – afferma Steg – una spiegazione è che i predittori di emorragia possano ‘funzionare’ anche quali marker di aumento del rischio ischemico”. “La seconda possibilità in discussione – spiega Huber – è che il sanguinamento possa attivare una serie di cambiamenti adattativi che evolvono in esiti avversi”. Qualsiasi forma di emorragia può avere un effetto clinico. “Ad esempio – spiega Steg – i pazienti impiantati con stent, che presentano episodi ripetuti di sanguinamento dal naso o dalle gengive possono sospendere la terapia antiaggregante perchè potrebbero essere a rischio di trombosi”. I cardiologi – si legge nel documento ESC, dovrebbero mettere in atto strategie per ridurre al minimo il sanguinamento, quali l’accesso angiografico e di PCI radiale invece che femorale, e la regolazione della dose di anticoagulanti, quando possibile, modulata a seconda del peso corporeo, dell’età e della funzione renale del paziente.

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