domenica, 3 luglio 2022
Medinews
22 Agosto 2011

EFFETTI IMMUNOLOGICI DEGLI INIBITORI MULTICHINASICI SUL CANCRO AL RENE

La combinazione con gli immunoterapici deve essere studiata attentamente tenendo presente le azioni di questi agenti sul sistema immunitario

Gli inibitori multichinasici sunitinib e sorafenib non inibiscono solo l’angiogenesi e la crescita tumorale, ma presentano anche una potenziale interferenza con la funzionalità del sistema immunitario. Ricercatori della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, afferenti al Gruppo Italiano di Oncologia Nefrologica – G.I.O.N., affermano che molti studi hanno suggerito un grande impatto degli inibitori multichinasici sunitinib e sorafenib sul sistema immunitario. Ciò non è strano, dato che le vie del segnale cellulare inibite da questi farmaci influenzano il sistema immunitario; ad esempio, la via MAPK (Mitogen-Activated Protein Kinase) è necessaria per la selezione positiva, ma non per quella negativa, dei timociti immaturi doppio-positivi. Inoltre, il VEGF circolante, che può aumentare dopo trattamento con inibitore multichinasico, è in grado di inibire le cellule dendritiche. In effetti, la capacità delle cellule dendritiche mature di stimolare cellule T allogeniche è stata inibita in un sistema sperimentale con l’aggiunta di VEGF in modo dose-dipendente. Al momento l’evidenza sembra suggerire che l’inibitore multichinasico sorafenib possa esercitare effetti soppressivi sul sistema immunitario, mentre sunitinib potrebbe avere, come la maggior parte degli studi indica, una funzione stimolatrice. Per molti anni, l’immunoterapia è stata l’unico trattamento disponibile per il carcinoma renale avanzato, ma lo sviluppo di agenti a target molecolare ha favorito la loro messa da parte. Tra i vari approcci terapeutici immunologici, le terapie cellulari sembrano particolarmente promettenti per il trattamento del carcinoma renale in stadio avanzato, da quando recentemente è stato evidenziato che il trapianto allogenico non-mieloablativo di cellule staminali permette una regressione sostenuta del carcinoma renale metastatico e la guarigione in una piccola percentuale di questi pazienti. Tale effetto è stato associato al riconoscimento di un peptide (CT-RCC-1) con cellule T CD8+ specifiche per il carcinoma renale. I geni che codificano per questo antigene derivano dal retrovirus umano endogeno di tipo E (HERV) e sono espressi in linee cellulari di carcinoma renale e in tessuto fresco di carcinoma renale, ma non nel tessuto renale normale o in tessuti diversi. Un risultato questo che apre il campo alla ricerca futura sul ruolo dei virus nel processo della carcinogenesi. Malgrado il fatto che, diversamente dalla terapia cellulare, gli agenti a target molecolare non permettono di curare questi pazienti, è chiaro che il loro beneficio assoluto (cioè una percentuale di controllo della malattia che arriva al 75 – 80%) li classifica come trattamento di scelta per il carcinoma renale avanzato. Tuttavia, la combinazione di questi nuovi agenti con la terapia cellulare ha senso e merita studi futuri. La revisione pubblicata sulla rivista Journal of Cancer (leggi abstract originale) suggerisce che qualsiasi combinazione tra inibitori multichinasici e immunoterapia, nella sua globalità, e terapia cellulare, in particolare, da utilizzare in futuro dovrebbe seguire un disegno razionale che consideri tutti i complessi effetti immunologici di questi nuovi farmaci. Effetti che alla fine meritano ulteriore approfondimento.


Renal Cancer Newsgroup – Numero 8 – Agosto 2011
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