sabato, 25 giugno 2022
Medinews
8 Marzo 2011

EFFETTI DELL’ESERCIZIO FISICO SULLA FUNZIONALITA’ DELLE HDL NELLA SINDROME METABOLICA

Nelle persone con sindrome metabolica, tre mesi di esercizio fisico portano a un miglioramento qualitativo – ma non quantitativo – delle lipoproteine ad alta densità (HDL). In altre parole, i livelli di HDL o ‘colesterolo buono’ non salgono, ma la composizione e la funzione antiossidante delle HDL migliorano. Per comprendere l’influenza dell’attività fisica sui livelli del colesterolo HDL, Antonio Casella-Filho e colleghi della University Medical School di San Paolo in Brasile hanno studiato 30 individui sedentari, 20 dei quali evidenziavano la sindrome metabolica. Ciascuno dei pazienti ha seguito un programma di allenamento alla cyclette ad intensità moderata – equivalente al camminare a ritmo sostenuto – per 3 mesi. I partecipanti allo studio non hanno dovuto seguire una dieta particolare, per cui i ricercatori hanno potuto studiare più facilmente gli effetti indipendenti dell’esercizio fisico. Prima dell’inizio dello studio, i pazienti avevano un più alto livello medio di trigliceridi rispetto al gruppo di controllo, un più basso livello medio di HDL e minore attività della parossonasi-1, frazione enzimatica ad azione antiossidante. Dopo il programma di esercizi, i pazienti registravano un aumento del 20% del consumo di ossigeno di picco (VO2) durante lo sforzo fisico, riduzione della pressione arteriosa e della circonferenza vita; ma i livelli di colesterolo HDL e totale non risultavano cambiati. Dopo il programma di training fisico, i pazienti facevano registrare anche un aumento della parossonasi-1, anche se questa non raggiungeva i livelli del gruppo di controllo, e miglioramenti della capacità antiossidante di sottofrazioni delle HDL. “Tutti questi ed altri risultati – spiegano i ricercatori – indicano che l’interferenza degli interventi non farmacologici sul metabolismo HDL va oltre quanto finora ipotizzato e che i livelli plasmatici di HDL non ne danno esattamente conto, rappresentando solo parzialmente il rischio cardiovascolare. Ciò evidenzia l’importanza di valutare anche gli aspetti funzionali delle lipoproteine”.

Reuters – American Journal of Cardiology
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