martedì, 4 ottobre 2022
Medinews
11 Gennaio 2011

DEFIBRILLATORI CARDIACI IMPIANTATI SU PAZIENTI NON IDONEI

Uno studio pubblicato sul primo numero del 2011 del Journal of the American Medical Association (JAMA), che ha incluso più di 100.000 pazienti ai quali è stato impiantato un defibrillatore cardiaco (ICD), ha rilevato che in circa il 20% di tali interventi non vengono rispettate le linee guida per il trattamento e che di conseguenza aumentano i rischi di complicazioni. Per questi pazienti impiantati in modo non idoneo vi era un rischio significativamente più elevato di decesso rispetto ai malati per i quali invece erano stati seguiti i criteri raccomandati. Tra gennaio 2006 e giugno 2009, nell’ambito del registro National Cardiovascular Data Registry-ICD, i ricercatori hanno raccolto i dati relativi a 111.707 impianti, dei quali 25.145 sono risultati essere stati effettuati per un’indicazione non compresa nelle linee guida (22,5%) cioè non ‘evidence-based’. Di questi impianti, infatti, 9.257 (il 36,8%) sono stati effettuati in pazienti che avevano subito un infarto da meno di 40 giorni e 15.604 (62%) in pazienti con insufficienza cardiaca di nuova diagnosi. I ricercatori fanno notare che le linee guida non prescrivono l’impianto in pazienti che hanno subito un infarto recente o un intervento di bypass coronarico e in quelli con sintomi gravi di insufficienza cardiaca o con una recente diagnosi di insufficienza cardiaca. Il rischio di morte ospedaliera è risultato significativamente maggiore nei pazienti che hanno ricevuto un dispositivo con modalità non ‘evidence-based’ rispetto a quelli impiantati correttamente (0,57% contro 0,18%). Il rischio di complicanze post-procedurali era significativamente più alto nel primo gruppo (3,23%) rispetto al secondo (2,41%). “Anche se la differenza assoluta di complicanze tra le due coorti è modesta – commentano gli autori guidati da Sana M. Al-Khatib del Duke Clinical Research Institute di Durham, NC, Usa – si possono determinare effetti significativamente differenti sia sulla qualità della vita dei pazienti che in termini di costi sanitari, inclusa la lunghezza della degenza. Mentre un ridotto rischio di complicanze è accettabile quando una procedura evidenzia un miglioramento dei risultati, nessun rischio è proponibile se l’intervento non dimostra di produrre benefici”.

Journal of American Medical Association
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