sabato, 5 dicembre 2020
Medinews
31 Maggio 2011

CHEMIOTERAPIA PER IL CANCRO METASTATICO DEL COLON-RETTO IN PAZIENTI ANZIANI E FRAGILI

Lo studio MRC-FOCUS 2 pubblicato sulla rivista The Lancet (leggi abstract originale) suggerisce che con un appropriato disegno, costituito da dosi iniziali ridotte di chemioterapia, i pazienti più deboli e anziani possono ugualmente partecipare ad uno studio clinico controllato randomizzato. Questi pazienti oncologici, sebbene spesso trattati con la chemioterapia, sono sotto-rappresentati negli studi clinici. I ricercatori afferenti al National Cancer Research Institute Colorectal Cancer Clinical Studies Group hanno esaminato varie opzioni di riduzione della dose di chemioterapia e valutato i possibili fattori predittivi oggettivi di prognosi in pazienti indeboliti con cancro colorettale in stadio avanzato. Hanno quindi avviato uno studio aperto, fattoriale 2 x 2, in 61 centri britannici in pazienti con cancro colorettale avanzato non trattati precedentemente, che erano stati considerati non adatti a ricevere la dose piena di chemioterapia. Dopo valutazione globale della salute, i pazienti sono stati randomizzati con minimizzazione a: infusione endovenosa per 48 ore di fluorouracile e levofolinato (gruppo A); oxaliplatino e fluorouracile (gruppo B); capecitabina (gruppo C) o oxaliplatino e capecitabina (gruppo D). L’allocazione del trattamento non è stata mascherata. Le dosi iniziali corrispondevano all’80% delle dosi standard, con incremento a discrezione degli investigatori a dose piena dopo 6 settimane. Le due misure primarie di outcome investigate erano l’aggiunta di oxaliplatino ([A vs B] + [C vs D]), valutato come sopravvivenza libera da progressione (PSF) e la sostituzione di fluorouracile con capecitabina ([A vs C] + [B vs D]), valutato come variazione di qualità di vita (QoL) globale dal momento iniziale a quello determinato dopo 12 settimane. L’analisi ‘intention-to-treat’ è stata applicata, mentre i dati clinici basali e di valutazione globale della salute sono stati modellati rispetto agli outcome con una nuova misura composita, l’utilità globale del trattamento. Dei 459 pazienti, 115 sono stati randomizzati ai gruppi A – C e 114 al gruppo D. La comparazione fattoriale dell’associazione di oxaliplatino vs nessuna modifica del trattamento ha suggerito un certo miglioramento di PFS, ma il risultato non è stato significativo (mediana 5.8 mesi, IQR: 3.3 – 7.5, vs 4.5 mesi, IQR: 2.8 – 6.4; hazard ratio 0.84, IC 95%: 0.69 – 1.01; p = 0.07). La sostituzione di fluorouracile con capecitabina non ha migliorato la QoL: 69 vs 124 pazienti (56%) che avevano ricevuto fluorouracile hanno dichiarato una migliore QoL globale rispetto a 69 vs 123 pazienti (56%) trattati con capecitabina. Il rischio di manifestare effetti tossici di grado 3 o più gravi non è significativamente aumentato con oxaliplatino (83/219 [38%] vs 70/221 [32%]; p = 0.17), mentre era maggiore con capecitabina che con fluorouracile (88/222 [40%] vs 65/218 [30%]; p = 0.03). In analisi multivariata, un numero inferiore di sintomi basali (odds ratio 1.32, IC 95%: 1.14 – 1.52), una ridotta diffusione della malattia (odds ratio 1.51, IC 95%: 1.05 – 2.19) e l’uso di oxaliplatino (odds ratio 0.57, IC 95%: 0.39 – 0.82) sono stati evidenziati quali fattori predittivi di utilità globale del trattamento. In conclusione, la combinazione contenente oxaliplatino è preferibile alle singole fluoropirimidine, sebbene l’endpoint primario di PFS non sia stato raggiunto e la capecitabina non abbia migliorato la QoL rispetto al fluorouracile. La valutazione basale globale sembrerebbe il fattore predittivo di beneficio del trattamento.
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