venerdì, 30 luglio 2021
Medinews
16 Ottobre 2017

Availability of evidence of benefits on overall survival and quality of life of cancer drugs approved by European Medicines Agency: retrospective cohort study of drug approvals 2009-13

To determine the availability of data on overall survival and quality of life benefits of cancer drugs approved in Europe. Retrospective cohort study. Publicly accessible regulatory and scientific reports on cancer approvals by the European Medicines Agency (EMA) from 2009 to 2013. Pivotal and postmarketing trials of cancer drugs according to their design features (randomisation, crossover, blinding), comparators, and endpoints. Availability and magnitude of … (leggi tutto)

Questo articolo, pubblicato pochi giorni fa su British Medical Journal, è stato già ripreso da molte testate giornalistiche anche in Italia ed è destinato ad essere molto citato, alimentando il dibattito sul costo dei trattamenti oncologici. Tra l’altro, la pubblicazione su una rivista come BMJ – non specialistica oncologica ma destinata a un pubblico molto più ampio di lettori medici – potrà suscitare commenti critici da parte di chi, sottolineando le ingenti risorse economiche necessarie per coprire i costi dei farmaci antitumorali, potrebbe invocare che quelle risorse, almeno in parte, vengano destinate a coprire altre spese in altri ambiti della salute. L’analisi degli autori prende “grossolanamente” in rassegna i dati in termini di sopravvivenza globale e qualità di vita dei farmaci approvati da EMA nel periodo compreso tra il 2009 ed il 2013, sottolineando che, anche dopo un certo numero di anni dall’approvazione, il numero di farmaci disponibili nella pratica clinica pur non avendo mai dimostrato un prolungamento della sopravvivenza o un miglioramento della qualità di vita sono tanti. I commenti metodologici all’analisi condotta dagli autori sarebbero numerosi: un certo numero dei farmaci considerati, pur non avendo dimostrato un prolungamento della sopravvivenza globale, ha peraltro prodotto un impatto notevole nella gestione dei pazienti e nella storia naturale della malattia. Accanto a queste situazioni, che rendono “riduttiva” e troppo “semplicistica” l’analisi del lavoro, ci sono però anche numerosi esempi di farmaci che hanno documentato un beneficio effettivamente modesto, sia per tipologia di endpoint sia per rilevanza clinica del beneficio. La preoccupazione è che “si faccia di tutta l’erba un fascio” e che, per colpa di qualche approvazione effettivamente discutibile, la società guardi con scetticismo anche a farmaci di indubbio valore e grande rilevanza. L’auspicio è che analisi di questo tipo, ripetute per gli anni più recenti, possano produrre risultati più positivi, anche in virtù della recente presa di coscienza esplicita, da parte della comunità scientifica oncologica, della necessità di “alzare l’asticella” per la definizione del valore dei trattamenti da impiegare nella pratica clinica.
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