martedì, 16 agosto 2022
Medinews
17 Novembre 2008

250 MILA MALATI TERMINALI, CURE PALLIATIVE PER 40%

Sono circa 250 mila gli italiani malati terminali che avrebbero bisogno di ricorrere alle cure palliative. “Oltre ai 160 mila pazienti oncologici ci sono 90 mila persone con patologie neurologiche, cardiovascolari, Aids. Malattie diverse, purtroppo a volte ancora letali. Quando un paziente è arrivato alla fine, tutte richiedono un approccio particolare, frutto di esperienza e preparazione ad hoc. Ma ancora oggi solo il 30-40% di questi malati ogni anno viene seguito bene e accompagnato fino alla fine”. Lo ha spiegato Franco De Conno, direttore onorario Eapc (Associazione europea cure palliative), alla presentazione a Roma del convegno mondiale sulle cure palliative. “La situazione è migliorata negli ultimi anni – ha evidenziato Giuseppe Casale, coordinatore sanitario dell’Associazione Antea, che in venti anni ha seguito oltre 12 mila malati terminali – soprattutto nel Centro-Nord. Nonostante i finanziamenti siano arrivati fin dalla fine degli anni ’90 con la legge Bindi, questi soldi al Sud spesso non sono stati usati. Così, se si eccettua qualche isola felice come la Basilicata, il Meridione fatica a raggiungere il resto della Penisola”. Occorre monitorare l’impiego dei fondi, hanno sottolineato gli esperti, ma soprattutto definire le qualifiche necessarie per chi andrà a dirigere gli hospice. “In molti Paesi, infatti – ha aggiunto Casale – c’è una preparazione specifica a livello universitario in cure palliative, che non aiutano a morire ma a vivere dignitosamente fino alla fine. Da noi ancora no”. E se negli anni l’idea dei farmaci anti-dolore e delle cure palliative si è fatta strada anche nella conoscenza delle persone comuni, il nostro Paese oggi è alle prese con nuove sfide. “Persone di diverse culture e religioni vivono in Italia, a volte si ammalano e si ritrovano ad affrontare gli stessi problemi, etici e psicologici, della fase terminale. La terapia del dolore è solo un aspetto delle cure palliative. La chiave – ha sottolineato Casale – è quella di ragionare mettendo al centro di tutto la persona”. Un approccio condiviso da Faith Mwangi-Powell, specialista ugandese direttore dell’African Palliative Care Association, organizzazione giovane ma già attiva in 23 Paesi del continente nero su 56. “Alcune delle sfide che affrontiamo in Africa sono le stesse fronteggiate in Italia – ha evidenziato la specialista – disponibilità dei farmaci, formazione degli operatori e crescita dell’organizzazione delle cure palliative sono i temi più caldi in questo momento”. In più, in Africa c’è il problema dei fondi. “Dobbiamo uniformare la preparazione e trovare bravi insegnanti che trasmettano le loro conoscenze agli operatori in loco”, ha concluso l’esperta, che pensa con favore a scambi di docenti tra Italia e Africa, “per diffondere la cultura delle cure palliative”.
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