Medinews
31 Maggio 2004

CANCRO DELLA PROSTATA: TRENTO LEADER NELLA BRACHITERAPIA

Trento – È una tecnica salvavita e consente di evitare l’operazione chirurgica: sconfigge il tumore della prostata attenuando le conseguenze sulle funzioni sessuali e senza provocare incontinenza. Ma nonostante queste innovative caratteristiche e gli ottimi risultati a livello mondiale la brachiterapia in Italia viene praticata in pochi centri ospedalieri e solo il 5% dei pazienti italiani (contro il 15% di altri paesi europei) ha oggi la possibilità di avere a disposizione questa alternativa di cura. Il restante 95% viene ancora trattato con terapia chirurgica tradizionale, più consolidata, rimuovendo cioè l’intera prostata, o con radiazioni esterne, trattamenti con un decorso più prolungato e con maggiori effetti indesiderati. Tra i pochi centri italiani, il dipartimento di Urologia dell’Ospedale Santa Chiara di Trento, insieme al reparto di Radioterapia Oncologica, è l’unico esclusivamente pubblico ad utilizzare questa tecnica e oggi vanta il record di interventi in 4 anni: ben 171. “Il nostro Ospedale – spiega il prof. Lucio Luciani, direttore del reparto di urologia – vanta una collaborazione pluridecennale tra urologi e radioterapisti e una particolare sensibilità dell’Azienda Sanitaria che ha creduto fin dall’inizio in questa prospettiva. Una collaborazione dalla quale è nato, nel maggio del 2000, un Centro che ha raggiunto oggi un bagaglio di esperienza ed un numero di trattamenti, per dati raccolti, al vertice fra gli ospedali esclusivamente pubblici del Paese”. “Non a caso – aggiunge il dr. Luigi Tomio, direttore del reparto di Radioterapia – a Trento si è tenuto recentemente il secondo workshop su ‘La terapia radicale del carcinoma della prostata localizza: il ruolo della brachiterapia’ organizzato proprio dal nostro centro”.

La brachiterapia è una forma di radioterapia ‘mirata’ e consente di trattare il carcinoma della prostata localizzato, che colpisce ogni anno circa 20 mila italiani, con una sopravvivenza libera da malattia a 5 anni intorno al 90 %. “Questa tecnica – aggiunge il dr. Tomio – avviene impiantando nella ghiandola prostatica piccolissimi ‘semi’ radioattivi che rilasciano dosi molto elevate di radiazioni in grado di distruggere il tumore senza danneggiare le strutture adiacenti alla ghiandola. In una sola seduta operatoria, di circa 60 minuti, è possibile ottenere percentuali di guarigione estremamente elevate (87%) con una sopravvivenza a 10 anni vicina al 100%. Inoltre il trattamento consente al paziente di tornare a casa entro 24 ore e al lavoro entro 4 giorni. Infine, negli stadi iniziali del tumore, la brachiterapia ha un vantaggio di gran lunga superiore in termini di riduzione di impotenza e di incontinenza rispetto alla chirurgia tradizionale”.
Fondamentale per la riuscita del progetto è la collaborazione multidisciplinare tra specialisti. “Su questa linea di tendenza – racconta il prof. Luciani – si è creato ed opera ormai da molti anni presso la divisione di urologia, unica sul territorio provinciale trentino, un gruppo uro-oncologico che comprende Urologi, Anatomo Patologi, Biologi, Oncologi e Radioterapisti e lavora a stretto contatto nel l’approfondire diagnosi, stabilire indicazioni e realizzare un solidale “counselling” nelle scelte terapeutiche per le principali neoplasie urologiche (tumori del Rene, della Vescica, della Prostata, del Testicolo…), oltre che nel cercare vie nuove più conservative, principalmente nei tumori della vescica, neoplasia per la quale la cistectomia radicale demolitiva, con la successiva ricostruzione della vescica, resta tuttavia lo standard di cura”.
Sull’onda dei risultati clinici ottenuti oltre oceano, anche in Europa ed in Italia, sia pure più lentamente, alcuni centri hanno iniziato ad applicare questa procedura “che rappresenta – aggiunge il prof. Luciani – una modalità di trattamento con intenti di radicalità ma di modesta invasività. Inoltre la brachiterapia è alternativa alla chirurgia sia alla prostatectomia radicale che a trattamenti di radioterapia con fasci esterni. Alternativa nel senso che oggi può essere considerata un trattamento proponibile e accettabile in casi ben selezionati”.
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