martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
28 Gennaio 2008

TUMORI DEL SANGUE NEGLI ANZIANI, INCIDENZA DOPPIA RISPETTO ALLE STIME UFFICIALI

sez,550

Metà dei casi non arriva in reparti specialistici e non è conteggiato. Nuova cura riattiva i geni soppressi, raddoppia la sopravvivenza e dimezza il rischio di leucemia

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Torino, 28 gennaio 2008 – Le stime ufficiali non sono reali: in Italia le sindromi mielodisplastiche, tumori del sangue che colpiscono soprattutto dopo i 70 anni dovuti ad un danno delle cellule staminali del midollo osseo, sono molto più diffusi nel nostro paese rispetto ai dati disponibili, raccolti dai reparti di ematologia: non 2.500 ma 5.000 nuovi casi l’anno. La metà dei pazienti è anziana perciò, per malattie concomitanti come polmoniti o infarto, i ricoveri avvengono in reparti di medicina interna o geriatria e i casi di sindromi mielodisplastiche sfuggono al conteggio ufficiale. Il nuovo dato emerge dall’analisi sul ‘Registro Piemontese Sindromi Mielodisplastiche’ che ha osservato più di 1.000 casi dal 1999 al 2007. “Si tratta di un’iniziativa innovativa per due motivi – afferma Alessandro Levis, Direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’Azienda Ospedaliera SS Antonio e Biagio di Alessandria e segretario del Registro Piemontese Sindromi Mielodisplastiche – primo perché si concentra sulle mielodisplasie, patologie sottostimate di cui fino a poco tempo fa si sapeva poco, secondo perché, monitorando anche le medicine interne, permette una fotografia reale: in ematologia infatti accedono solitamente i pazienti più gravi o quelli più giovani. Fino ad oggi la terapia non era molto efficace e si limitava a interventi di supporto o palliativi. Ora stanno comparendo i primi farmaci veramente efficaci”. La notizia di nuove terapie è stata diffusa il mese scorso al massimo congresso di ematologia al mondo, l’ASH di Atlanta in Usa. “Dal nostro studio è emerso che il trattamento più efficace per queste malattie del midollo osseo è l’azacitidina – afferma il prof. Pierre Fenaux, Direttore del Dipartimento di Ematologia Clinica dell’ospedale di Avicenne (Francia) e coordinatore della ricerca – in quanto raddoppia la sopravvivenza rispetto alle terapie standard (+9,4 mesi), libera il 45% dei malati dalla necessità di sottoporsi a continue trasfusioni di sangue e dimezza il tempo di trasformazione da sindrome a tumore (leucemia)”.

“Per fortuna non tutte le sindromi mielodisplastiche evolvono in leucemie – precisa la prof.ssa Valeria Santini dell’Unità Operativa di Ematologia dell’Università degli Studi di Firenze Policlinico Careggi – esistono dei parametri per stabilire in maniera accurata il rischio. E’ possibile così impostare una terapia efficace e mirata per ogni paziente, riuscendo a ottenere la massima efficacia con miglioramento clinico e di qualità di vita. Il nostro centro ha partecipato con il massimo numero di pazienti alla ricerca con azacitidina”. L’azacitidina è il primo farmaco di una nuova classe di molecole antitumorali, i demetilanti, che agiscono sulla regolazione dell’espressione dei geni e vengono anche chiamati trattamenti epigenetici. La demetilazione del DNA è uno dei più studiati meccanismi epigenetici: invece che colpire cellule sane e tumorali, l’approccio epigenetico ai tumori si differenzia dai trattamenti convenzionali perchè va a riattivare geni soppressori dei tumori che sono silenziati dalla neoplasia. Lo studio con questa molecola è stato condotto in 50 centri in Usa, Australia e Europa, 10 dei quali in Italia, su 358 pazienti ad alto rischio di evoluzione in leucemia. A 179 di loro è stata somministrata azacitidina, agli altri il trattamento convenzionale comprendente la migliore terapia di supporto a basse dosi o la chemioterapia standard. Dopo un periodo di osservazione medio di 21 mesi, i pazienti in cura con azacitidina avevano una sopravvivenza complessiva superiore di 9,4 mesi (oltre 2 anni contro i precedenti 15 mesi) rispetto ai pazienti in terapia con il trattamento convenzionale. A 2 anni di osservazione la sopravvivenza raddoppiava e nei pazienti a maggior rischio – cioè con profili citogenetici peggiori – addirittura quasi triplicava (17,2 mesi rispetto a 6 mesi del gruppo in cura con terapia convenzionale). “Risultati tra i più incoraggianti mai ottenuti finora con le chemioterapie tradizionali – conclude il prof. Fenaux – che fanno ben sperare in un futuro migliore per questi pazienti”. Lo speciale SMD è disponibile sulla web tv www.intermedianews.tv
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