domenica, 28 febbraio 2021
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21 Dicembre 2005

LA CAMPANIA SCOPRE DI AVERE I “CAPELLI BIANCHI”. ALLARME DONNE, INVECCHIANO MALE E MUOIONO DI PIÙ

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Presentato oggi a Napoli il Rapporto Sanità 2005 della Fondazione SmithKline

Napoli, 22 settembre 2005 – Tra meno di 20 anni in Campania un cittadino su quattro avrà più di 60 anni. Anche la Regione più giovane d’Italia, quindi, si uniformerà progressivamente al trend che ha fatto guadagnare al nostro Paese il titolo di più anziano d’Europa e del Mondo. In Campania, oltre al trend demografico legato alla riduzione della natalità e all’incremento della aspettativa di vita, potremo assistere al fenomeno della cosiddetta “immigrazione di ritorno”, che vede molti ex emigrati, ormai anziani, ritornare verso le città natie, solitamente per la pensione. Anche i campani devono quindi fare i conti con le conseguenze sanitarie, sociali ed economiche legate all’invecchiamento della popolazione. Inoltre, in modo particolare nella nostra Regione, sembra che esista uno specifico problema legato all’invecchiamento della popolazione femminile. “Se il trend demografico è ormai quasi assimilabile al resto del Paese – sottolinea il prof. Nicola Ferrara, professore associato di Medicina Interna all’Università del Molise e direttore dell’Istituto Scientifico di Telese/Campoli della Fondazione Maugeri – va rilevata una peculiarità tutta campana: è il “sesso debole” a morire di più, soprattutto per malattie cardiovascolari e tumori, malattie strettamente legate allo stile di vita. Inoltre, per ragioni culturali ed organizzative, sono ancora troppo poche le donne nella nostra Regione che si sottopongono a programmi di screening, fanno attività fisica e seguono un’alimentazione ottimale. Il risultato è che si ammalano di più, specialmente il segmento di popolazione femminile a bassa scolarità”. Per affrontare i problemi legati all’invecchiamento e proporre ricette per ottimizzare le risorse, si terrà oggi al Centro Congressi dell’Università di Napoli il convegno di presentazione del Rapporto Sanità 2005 della Fondazione Smithkline, dal titolo “Le sfide della Sanità italiana di fronte all’invecchiamento della popolazione: epidemiologia, cronicità e organizzazione assistenziale”.

Oltre al prof. Ferrara, all’incontro presieduto dal prof. Marco Salvatore (professore ordinario di Diagnostica per Immagini dell’Università di Napoli) saranno presenti anche Gianfranco Gensini, presidente della Fondazione SmithKline e preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze, Paolo Rizzini, vicepresidente della Fondazione, Marco Trabucchi, direttore del gruppo di ricerca geriatrica e Francesca Vanara, professore a contratto di economia applicata sanitaria all’Università di Torino.

Entro 40 anni il numero degli ultrasessantenni in Italia supererà quello della popolazione con meno di 59 anni. “L’aumento della aspettativa di vita – commenta il prof. Marco Salvatore – è un traguardo per tutti noi. Il vero obiettivo è però arrivare alla terza età in salute. Si stima invece che circa i tre quarti della popolazione sopra i 65 anni abbia una patologia cronica, come il diabete e l’ipertensione o l’ipercolesterolemia, e che la metà sia affetta da due o più malattie. L’aumento dell’aspettativa di vita e delle malattie croniche da tenere sotto controllo potrebbero avere – secondo molti esperti – un effetto shock sul nostro e su altri Paesi, una sorta di bomba demografica pronta ad esplodere. A pagare il prezzo più alto di questo trend saranno i sistemi sanitari nazionali, vittime di una crescente pressione che rischia di diventare ingovernabile”.
Tra le opzioni presentate nel volume per ovviare al problema invecchiamento un fondo nazionale per la non autosufficienza finanziato dalla fiscalità generale, una ridefinizione organizzativa della rete assistenziale, un diverso ruolo dell’ospedale in un quadro di ridistribuzione di funzioni e competenze tra strutture ad alta e bassa intensità terapeutica e medicina territoriale, l’opportunità di una rete geriatrica. “Gestire questo cambiamento epocale non è per niente semplice – sottolinea il prof Marco Trabucchi – d’altro canto, è importante riconoscere la potenziale capacità di raggiungere un eccellente stato di salute nell’età avanzata”. Perché ciò avvenga è innanzitutto necessario non dare per assodato quanto conquistato fino ad oggi in termini di incremento della aspettativa di vita – tiene a precisare il prof Ferrara – Il discorso vale per i diritti, le libertà e la democrazia, ma vale anche per la salute e l’aspettativa di vita. Per esempio, agli inizi degli anni ’90, nell’ex Unione sovietica, per l’implosione del sistema politico ed il corrispondente calo degli investimenti nella salute, l’assenza di programmi di prevenzione nel campo del tabagismo e, soprattutto, dell’alcolismo e l’incremento della povertà in alcune fasce di popolazione, ha determinato una diminuzione dell’aspettativa di vita di circa 4-5 anni. Questa drammatica esperienza ci insegna che quanto conquistato fino ad oggi, perché costituisca un patrimonio anche per le generazioni future, deve essere alimentato da una sempre maggiore cultura solidale e preventiva”. Non secondaria è la necessità di investire maggiormente nella ricerca clinica rivolta all’anziano con l’obiettivo di aumentare ulteriormente la sopravvivenza delle persone in buone condizioni di salute, spostando – secondo Gianfranco Gensini – “l’aspettativa di vita media a 85 anni o oltre, con una sostanziale compressione della morbilità geriatrica verso il periodo estremo della vita”. In questa prospettiva gli over60 potranno quindi essere considerati non solo un peso economico per il sistema sanitario ma anche una risorsa per la società.

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