lunedì, 30 novembre 2020
Medinews
25 Marzo 2005

CANCRO DELLA PROSTATA, LUCCA CENTRO LEADER NELLA BRACHITERAPIA

Importante meeting scientifico in città per approfondire le tecniche mininvasive. Il dr. Pinzi “Più prevenzione e molti interventi radicali si potrebbero evitare”

Lucca, 9 marzo 2005 – Curare il tumore della prostata ed evitare l’operazione chirurgica, preservando in molti casi le funzioni sessuali e senza provocare incontinenza. Oggi questo è già possibile grazie alla brachiterapia prostatica, una tecnica salvavita che, nonostante queste innovative caratteristiche e gli ottimi risultati ottenuti a livello mondiale, in Italia viene ancora praticata in pochissime realtà, tra cui Lucca. La città toscana infatti è uno dei centri di riferimento per questa tecnica che ha garantito ben 32 interventi in circa 1 anno. Una vera e propria rivoluzione per i pazienti e per la loro qualità di vita. La leadership di Lucca in questo settore è confermata da un importante convegno scientifico (“Percorsi alternativi alla prostatectomia radicale nel carcinoma prostatico localizzato: brachiterapia e crioterapia”) organizzato dal dr. Novello Pinzi, direttore dell’Unità Operativa di Urologia della ASL 2. L’incontro, patrocinato dalla Società Italiana di Urologia e di Urologia Oncologica e dalla TUR Toscana, si svolgerà a Villa Bottini venerdì 11 e sabato 12 marzo, con la partecipazione delle urologie universitarie toscane,di importanti ricercatori e medici, anche internazionali, tra cui il dr. Thomas Green dell’Università di Seattle (USA) considerato uno tra i maggiori esperti mondiali della brachiterapia prostatica forte di una esperienza di oltre 15 anni su vasto numero di pazienti trattati.

La brachiterapia avviene impiantando nella ghiandola prostatica piccolissimi ‘semi’ radioattivi che rilasciano dosi molto elevate di radiazioni in grado di distruggere il tumore senza danneggiare le strutture adiacenti alla ghiandola. In una sola seduta operatoria, di circa 2 ore, e con un ricovero di 2-3 giorni è possibile ottenere percentuali di guarigione estremamente elevate (80%) con una sopravvivenza cancro specifica a 10 anni del 88%, risultati del tutto sovrapponibili a quelli ottenuti con l’intervento demolitivo di prostatectomia radicale. Inoltre il trattamento consente al paziente di tornare al lavoro entro 4 giorni. Nella esecuzione dei trattamenti sono impegnate oltre all’equipe urologica, la presenza del radioterapista e del fisico sanitario, figure che concretizzano una organizzazione plurispecialistica.
Nonostante queste innovative caratteristiche e gli ottimi risultati a livello mondiale la brachiterapia in Italia viene praticata in pochi centri ospedalieri e solo il 5% dei pazienti italiani (contro il 15% di altri paesi europei) ha oggi la possibilità di avere a disposizione questa alternativa di cura. Il restante 95% viene ancora trattato con terapia chirurgica tradizionale, più consolidata, rimuovendo cioè l’intera prostata, o con radiazioni esterne, trattamenti con un decorso più prolungato e con maggiori effetti indesiderati.
Nel 2004 negli Stati Uniti il 51% dei cancri prostatici sono stati trattati con brachiterapia prostatica, riservando al 49% le altre due metodiche codificate ovvero la prostatectomia radicale e la terapia radiante a fasci esterni.
“Fino a 10 anni fa – spiega il dr. Pinzi – il tumore della prostata veniva diagnosticato raramente nella fase iniziale. Allora, infatti, non si avevano a disposizione strumenti sufficienti per eseguire una diagnosi precoce efficace. Oggi invece – grazie ad un semplice esame del sangue, il PSA, e alla possibilità di eseguire biopsie ecoguidate all’interno della ghiandola prostatica – è possibile svelare molti tumori in fase preclinica, cioè quando ancora non hanno dato sintomi della loro presenza. La diagnosi precoce è un’ arma fondamentale per il tumore della prostata: consente infatti di trattare precocemente evitando l’intervento chirurgico radicale – e tutte le conseguenze gravi che esso comporta – e di intervenire con tecniche alternative come la brachiterapia. Ecco perché – aggiunge il dr. Pinzi – è consigliabile eseguire un esame PSA già a partire dai 40 anni, soprattutto se in famiglia si sono già registrati casi di tumore prostatico”.
Purtroppo la brachiterapia non sostituisce sempre l’intervento radicale. “Ci sono tumori prostatici che, se diagnosticati tardi, non possono più essere trattati in modo non invasivo ma solo con l’intervento chirurgico, la radioterapia o l’ormonoterapia, a seconda dei casi. La brachiterapia prostatica è indicata solo nelle forme iniziali ed i tumori trattabili con questa metodica oggi sono circa 25 su 100: Più precisamente devono essere localizzati solo nell’organo e a basso rischio di progressione. Non sono pochi, ma potrebbero essere molti di più: quasi tutti i tipi di tumore della prostata passano infatti attraverso questo stadio. Con un po’ più di attenzione nella prevenzione – conclude Pinzi – si potrebbero evitare i gravi problemi causati dall’intervento radicale. L’appello quindi è fare diagnosi precoce, perché prima arriviamo prima possiamo indirizzare i pazienti verso la brachiterapia ”.
Giuliano D’ambrosio
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