mercoledì, 25 novembre 2020
Medinews
6 Novembre 2002

UN VACCINO CONTRO IL FUMO

A Roma fino al 9 novembre il III Congresso dell’Unione Italiana di PneumologiaDue studi pilota condotti su 80 volontari hanno dato risultati positivi.
Il vaccino produce anticorpi contro la nicotina impedendole di raggiungere il cervello.

“La nicotina – spiega il prof. Walter Canonica, presidente del Congresso – agisce a livello cerebrale su recettori specifici, che causano il rilascio di neurotrasmettitori, come la dopamina, che sono coinvolte nel sistema premiante mesolimbico. Questo a sua volta controlla meccanismi importanti come la dipendenza e l’induzione del desiderio. Da qui l’idea di un vaccino che induca anticorpi anti-nicotina che blocchino la molecola nel sangue, impedendole di arrivare ai recettori. Studi nell’animale hanno mostrato che questo è possibile: l’immunizzazione attiva o passiva contro la nicotina riduce i suoi effetti farmacologici sia a livello periferico (cardiovascolare) che cerebrale”.
Certo è ancora presto per parlare di prossima commercializzazione, anche perché non sono ancora iniziati gli studi per verificarne l’efficacia nella cessazione del fumo, ma la via sembra segnata.
“L’ uso pratico che se ne potrà fare – sostiene il prof. Giovanni Viegi, Responsabile del Gruppo di epidemiologia ambientale polmonare dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa – dipenderà in gran parte dalla velocità di induzione della risposta, dalla sua entità e consistenza inter-individuale, dalla sua durata e dalla risposta a immunizzazioni ripetute: tutti dati questi che non sono desumibili dagli esperimenti fatti sugli animali. In ogni caso il vantaggio principale del vaccino – aggiunge Viegi – è che bloccando gli effetti della nicotina non si agisce solo sulla dipendenza (su cui peraltro disponiamo di farmaci ragionevolmente efficaci), ma anche su altri meccanismi di induzione e mantenimento dell’abitudine al fumo e, soprattutto, delle ricadute”.
“A mio avviso – afferma ancora Canonica – il vaccino potrà avere un risultato immediato soprattutto per i fumatori con scarsa dipendenza, che hanno più facilità a smettere ma nei quali i trattamenti attuali hanno poco effetto. Per gli altri, l’uso più razionale potrebbe avvenire successivamente al superamento della fase di astinenza, per cercare di prevenire le ricadute dopo che i farmaci anti-astinenza oggi disponibili non risultano più efficaci. Addirittura si potrebbe anche prevederne un utilizzo immediato associato al bupropione o alla nortriptilina ma non alla nicotina, il che comporterebbe per il paziente la rinuncia al sollievo del bocchino di nicotina al bisogno. Se dovesse funzionare, esiste tra l’altro già da ora la possibilità di sviluppare vaccini somministrabili per via transdermica o spray nasale”.
Ma se l’arrivo di un vaccino può rappresentare una chiave di svolta importante per milioni di fumatori, la lotta al fumo, sia attivo che passivo, è un impegno costante degli pneumologi. “Si tratta di una priorità sanitaria – dice Anna Maria Moretti, presidente dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) – che deve svilupparsi con campagne mirate e soprattutto fondarsi su messaggi educazionali coerenti, sia che vengano dalle istituzioni che dagli stessi medici. Oggi, purtroppo, in entrambi i casi assistiamo ad una forte contraddizione: da un lato, insieme al ministro della Salute, diciamo che non si deve fumare, dall’altro si continua a tollerare una pubblicità esplicita delle multinazionali del tabacco nelle manifestazioni sportive, in un ambito tra l’altro – quello dello sport, appunto – che dovrebbe rappresentare un esempio per i giovani. Ma del resto non ci si più meravigliare più di tanto quando è lo Stato a detenere il monopolio della vendita delle sigarette. L’altro dato preoccupante – continua Moretti – è che in Italia ben il 30% dei camici bianchi fuma, primato europeo di cui faremmo volentieri a meno”.
Il quadro che ne consegue è che nel nostro Paese le malattie respiratorie, in particolare asma e Bpco, sono in grave costante aumento. Oltre al fumo, un ruolo decisivo lo giocano sicuramente l’inquinamento ambientale, sia indotto che naturale. “Più di ogni altro organo – spiega il prof. Vincenzo Fogliani, presidente dell’Unione Italiana per la Pneumologia (UIP) – l’apparato respiratorio è aperto al mondo esterno, quindi è facilmente intuibile come alterazioni o modificazioni dell’ambiente abbiano ripercussioni sulle vie respiratorie, con dirette conseguenze anche su altri organi. Pensiamo agli inquinanti atmosferici, le emissioni che, nelle aree urbane, sono legate sia al traffico veicolare che al riscaldamento domestico e alle industrie: mi riferisco in particolare ai gas (l’anidride solforosa, l’idrogeno solforato, l’ossido di azoto, l’ozono, il monossido di carbonio, gli idrocarburi); alle polveri e fumi (articolato solido in sospensione); alle nebbie (articolato liquido in sospensione). Ma accanto all’inquinamento indotto ne esiste uno ‘naturale’, dovuto all’immissione nell’atmosfera di elementi legati per esempio alle attività vulcaniche o agli incendi, che hanno ripercussioni anche a centinaia di chilometri di distanza. La recente eruzione dell’Etna, infatti, non solo ha provocato un aumento sensibile delle richieste di intervento medico nell’isola, ma la stessa polvere si è andata a depositare addirittura in Grecia, a 500 chilometri dal vulcano. Le conseguenze di tutto ciò sono riscontrabili nella popolazione generale attraverso sindromi rinobronchiali, asma, bronchite, bronchite cronica, riacutizzazioni, insufficienza respiratoria, polmoniti, broncopolmoniti, per arrivare al cancro del polmone. In termini assoluti queste patologie hanno un’incidenza se non superiore sicuramente pari a quella delle malattie cardiovascolari.
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