venerdì, 26 febbraio 2021
Medinews
22 Ottobre 2002

05 ARTROSI: LA GLUCOSAMINA SOLFATO SI CONFERMA IL PRIMO FARMACO IN GRADO DI ARRESTARE LA MALATTIA

Nei 3 anni dello studio non vi è stata riduzione significativa dello spazio articolare tibiofemorale nei pazienti trattati con glucosamina solfato in confronto al gruppo che riceveva placebo.
Inoltre, i pazienti trattati con Glucosamina solfato hanno beneficiato di un controllo a lungo termine dei sintomi, dolore e mobilità articolare, senza alcun effetto collaterale di rilievo. “Mentre gli antinfiammatori, anche i nuovi cox 2 – afferma il professor Lucio Rovati, professore di Farmacologia e Farmacologia clinica presso l’Università di Napoli, Direttore Scientifico del Gruppo Rottapharm e co-autore dello studio – sono stati poi gravati da eventi avversi se non più a livello gastroenterico, a livello cardiovascolare e quindi con una nuova problematica, noi nel lungo termine controlliamo la sintomatologia del paziente artrosico senza necessità di sovrapporre nessun altro farmaco se non in quei momenti di relaps infiammatoria che possono sempre accadere”.
In conclusione, si può affermare che l’artrosi può essere arrestata nel suo cammino raggiungendo l’obiettivo, fondamentale per la qualità di vita del paziente, di alleviare e spesso di eliminare i sintomi.






“Con due studi pubblicati su riviste di rilievo internazionale – conclude quindi Rovati – non c’è più alcun dubbio che l’utilizzo a lungo termine della glucosamina solfato è in grado di controllare nel lungo termine la sintomatologia, quindi di ridurre drasticamente il dolore e migliorare la funzionalità articolare, a qualunque età. Soprattutto, è la seconda volte che si osserva con gli stessi parametri un rallentamento, e nei tre anni addirittura un blocco, della progressione dei danno strutturale delle articolazioni. Questo è l’obiettivo primario della lotta all’artrosi, perché – una volta che la struttura articolare si deteriora – la malattia progredisce portando inesorabilmente il paziente all’invalidità. Se noi riusciamo a contenere il peggioramento del danno strutturale, dovremmo essere in grado di rallentare o addirittura di abolire la possibile invalidità. Anche in quei pazienti già notevolmente compromessi da un punto di vista strutturale e in cui diventa prevalente il beneficio sulla sintomatologia, ciò può in ogni caso rallentare l’insorgere dell’invalidità.
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