domenica, 29 novembre 2020
Medinews
28 Giugno 2002

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. PAOLO GIRARDI

Tuttavia, l’uso di qualsiasi farmaco va attentamente monitorato; dovrebbe essere d’obbligo, una regola basilare medica che non vale solo per gli psicofarmaci, ma per tutti i medicinali. Ogni farmaco ha una serie di effetti, alcuni li riconosciamo come terapeutici, alcuni li chiamiamo ‘collaterali’ perché non ci vanno bene. Ma oggi si è creata una grossa confusione tra il concetto di effetto collaterale e quello di effetto tossico.
La differenza sta nel fatto che una medicina, per svolgere la sua azione terapeutica, può provocare disturbi o fastidi all’inizio del periodo di somministrazione. Per esempio, un serotoninergico (antidepressivo utilizzato contro depressione e ansia) nel primo periodo di terapia può dare nausea, ma questo non è un effetto tossico, cioè non è dovuto al fatto che in quel momento c’è un organo che sta soffrendo, ma solo provocato dall’ incremento di serotonina, sostanza di cui l’intestino e stomaco sono naturalmente ricchi.
Il paziente che avverte la sensazione di nausea pensa subito che la causa possa essere il malfunzionamento del fegato, in realtà non è così, si tratta di un fastidio che passa nel giro di pochi giorni o di qualche settimana. Se è troppo forte, si può aggiustare il dosaggio del farmaco.
Facciamo un altro esempio, con un’altra classe di antidepressivi, i tricliclici, che determinano un aumento di noradrenalina. I triciclici possono aumentare la pressione arteriosa: se il paziente è cardiopatico, questo rappresenta un possibile effetto tossico. Ma se prescrivo lo stesso farmaco a un giovane sano, l’ aumento della frequenza si può definire ‘effetto fastidioso’, certamente collaterale ma non tossico, poiché il cuore di quella persona funziona perfettamente ed è in grado di sopportare per qualche giorno un aumento della frequenza.
Prima di stabilire la sospensione della terapia per un effetto collaterale , va chiaramente dato un giudizio clinico, osservando come sta la persona, come funzionano e reagiscono i suoi organi, quanto è disposta a sopportare un fastidio per avere poi un grande risultato.
Quando lo psichiatra prescrive un farmaco serotoninergico, generalmente registra un ‘drop-out’ (una sospensione da parte del paziente della terapia) solo in qualche caso e solo all’inizio del trattamento. Nel lungo periodo la terapia non viene sospesa, perché evidentemente ci sono più vantaggi e meno fastidi.
E veniamo al caso paroxetina. Attualmente in Italia seicento/settecentomila persone stanno usando questa medicina. La segnalazione di effetti indesiderati da parte di qualche paziente, poi ripresa dalla stampa, probabilmente si riferisce alla brusca sospensione del trattamento. Questa possibilità è riportata sul foglietto illustrativo, i medici che utilizzano la paroxetina già sanno come devono sospendere la terapia, e avvertono i loro pazienti che si tratta di fastidi, ma non succede nulla di grave. Non è vero, come è stato detto, che sarebbe una specie di droga, che il paziente che sospende la terapia ha una specie di crisi d’astinenza. E’ uno psicofarmaco che – come tutti i farmci – va usato nel modo corretto.
Ma questo è un discorso generale, applicabile a ogni sostanza.
Prendiamo ad esempio il cortisone. Negli anni scorsi sono stati segnalate molte condizioni di psicosi, cioè di malattie mentali gravi, nei pazienti che lo assumevano. Nella popolazione inglese ha portato un elevato numero di denunce per eccitamenti nervosi gravi con deliri, allucinazioni. Ci sono stati anche morti causate del cortisone, in altri casi i pazienti, sospesa la terapia, sono stati colti da sindromi di astinenza, perché il cortisone può creare dipendenza. Questo tipo di casistiche ha una frequenza molto più consistente di quella di tutti gli psicofarmaci, eppure non se ne parla.
E ancora: un paziente che sospenda di colpo l’uso di un betabloccante potrebbe morire, se sospende bruscamente la paroxetina, rischia di stare male (nausea, giramenti di testa) ma se non si spaventa, in tre o quattro giorni questi sintomi scompaiono. C’è talvolta mala informazione, forse anche mala fede, altrimenti non si spiegherebbero certe notizie scandalo che si ritorcono contro i pazienti, creando a loro volta ansia e panico e andando a rovinare quel rapporto di fiducia che il medico cerca di instaurare con chi è malato.
Pensiamo invece a tutti i casi di depressioni gravi risolte.
Cito quello di una dottoressa tedesca che ho preso in cura tre anni fa per una gravissima situazione depressiva-ansiosa che le impediva di lavorare. Stava svolgendo un programma di ricerca presso una delle nostre università quando è stata ‘bloccata’ da questa condizione. Quando è arrivata all’osservazione, la patologia era presente da dodici mesi. Le è stata prescritta paroxetina ai giusti dosaggi per due anni, un anno fa ha interrotto la somministrazione in maniera decrescente e non ha avuto nessuna sindrome. L’ho rivista poco tempo fa, ad un anno di distanza, e sta bene.
Dopo la sospensione della paroxetina non è stata male e non aveva mai sentito il bisogno di riprenderla. Questa è la dimostrazione il farmaco ha curato la malattia, che non c’è stato un ‘fenomeno addition’ e che questa persona ha sospeso la medicina e sta continuando a camminare con le sue gambe. Svolge un lavoro intellettuale anche meglio di prima, ha un ottimo ricordo della cura che ha fatto, ed è molto grata sia a me sia al farmaco per quello che è successo.
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