sabato, 2 maggio 2026
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4 Dicembre 2002

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL PROF. LUIGI TAVAZZI

Anche la prognosi è severa: nei malati con scompenso cardiaco grave il 50% muore entro un anno, la metà di quelli con scompenso medio-lieve entro 5 anni.
Qualità di vita. Lo scompenso è una malattia cronica: non esiste il farmaco o la procedura che guarisce. Ha delle caratteristiche di evoluzione molto fluttuanti, con fasi di stabilità bruscamente interrotte da fasi di instabilità in cui l’ammalato peggiora e viene ricoverato. I sintomi fondamentali sono la mancanza di respiro e la stanchezza fisica. Col tempo insorgono fortissime limitazioni dell’autonomia di movimento che peggiora notevolmente la qualità di vita. Quando la malattia si aggrava, l’unica opzione alternativa al ricovero è affidarsi al proprio medico di base. Esiste in Italia un problema di fondo legato alla discontinuità assistenziale tra l’ospedale e il territorio per cui gli ammalati oscillano tra due mondi. Si sta facendo strada l’idea che la gran parte delle instabilizzazione sia prevenibile seguendo i malati con maggiore attenzione:sono perciò allo studio programmi di continuità assistenziale in fase di sperimentazione in Italia e nel mondo. Un esempio è la telemedicina.
Terapie. Nell’ultima decade sono stati sperimentati e verificati come efficaci due grandi classi di farmaci, gli ACE-inibitori (che modulano il sistema-renina angiotensina) e i beta bloccanti. La terapia è migliorata ma il problema resta molto grave: l’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) ha appena concluso uno studio osservazionale in Italia che ha coinvolto 150 divisioni di cardiologia e 270 divisioni di Medicina Interna. Si è visto che la mortalità ospedaliera è del 5-6% , che entro 6 mesi un altro 15% muore e il 46% viene ricoverato nuovamente.
Un punto importante è che solo il 20% dei malati con scompenso cardiaco è ricoverato in cardiologia, l’80% finisce in altri reparti: quando si discute di scompenso, perciò, non sono solo i cardiologi ad essere interessati.
Il trapianto è una reale soluzione per pochi: a parte la mancanza di organi, lo scompenso colpisce in particolare gli anziani (l’età media è oltre i 70 anni); solo il 10-20% dei pazienti ha meno di 60 anni e il trapianto resta una tecnica utilizzata per i più giovani.
La terapia resincronizzante. Molti dati incoraggiano a pensare che sia un provvedimeno efficace. Sono tuttavia necessari ulteriori studi per capire come identificare accuratamente i candidati che meglio rispondono a questa terapia, utilizzando criteri che consentano prevedere il beneficio di questi dispositivi.
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