martedì, 1 dicembre 2020
Medinews
4 Dicembre 2002

SCARICHE ELETTRICHE CONTRO LO SCOMPENSO CARDIACO GLI ESPERTI: “SALVANO LA VITA ALLA META’ DEI PAZIENTI”

Prime conferme dai risultati delle sperimentazioni. Sospeso lo studio per motivi etici
Presentato al X congresso ‘Progress in Clinical Pacing’ di Roma l’annuncio del Companion

Per chi soffre di scompenso cardiaco la prognosi è severa: il 50% dei malati gravi muore entro un anno, la metà di quelli con scompenso medio-lieve entro 5 anni.
Il rischio non è solo la morte improvvisa ma frequenti ricoveri ospedalieri e una notevole peggioramento della qualità di vita. “Lo scompenso è una malattia cronica: non esiste il farmaco o la procedura che guarisce – spiega il professor Luigi Tavazzi direttore della divisione di cardiologia del policlinico San Matteo di Pavia e presidente della Federazione italiana di Cardiologia – I sintomi fondamentali sono la mancanza di respiro e la stanchezza fisica. Col tempo insorgono fortissime limitazioni dell’autonomia di movimento. L’ampia diffusione epidemiologica si traduce in un grande impatto sul sistema sanitario: negli ultimi 15 anni il numero dei ricoveri ospedalieri per scompenso è aumentato del 50%, una vera e propria epidemia non solo nazionale ma mondiale.”
“In Italia lo scompenso causa 150.000 ricoveri l’anno – afferma il prof. Antonio Raviele presidente dell’Associazione Italiana Aritmologia e Cardiostimolazione – e sono circa 3.000 i pazienti trattati con terapia resincronizzante, un numero molto inferiore a quello ottimale. Ma oggi nel nostro paese non tutti i centri sono in grado di impiantare pacemaker biventricolari, perché si tratta di una procedura piuttosto complessa. Alla luce dei risultati dello studio Companion, si ritiene però che più centri in futuro dovranno eseguire l’intervento”.
Lo studio Companion, iniziato nel gennaio del 2000, ha arruolato complessivamente 1.600 pazienti in 130 centri statunitensi. “Sono stati coinvolti pazienti con scompenso cardiaco avanzato – continua il prof. Raviele – già sottoposti a terapia medica ottimale. Lo studio ha paragonato tre tipi di terapia: quella medica ottimale, la terapia medica ottimale con aggiunta di terapia resincronizzante con pacemaker biventricolare, la terapia medica ottimale con pacemaker biventricolare più defibrillatore ventricolare”.
“Con un semplice apparecchietto messo sotto la pelle – conclude il prof. Santini – siamo in grado di far vivere meglio pazienti gravemente scompensati, di migliorare la performance del cuore che magari ha avuto due o tre infarti e di prevenire la morte improvvisa. Questo comporta sicuramente una riduzione dell’utilizzo di risorse economiche e logistiche da parte delle strutture pubbliche per un tipo di paziente che cresce numericamente di giorno in giorno”.
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