giovedì, 26 novembre 2020
Medinews
22 Ottobre 2002

IL TRATTAMENTO DEL DIABETE DI TIPO 2

Nel corso di questi anni è emerso sempre più chiaramente che per controllare il diabete non è sufficiente monitorare il livello degli zuccheri nel sangue: l’attenzione degli specialisti si è orientata sempre più verso lo sviluppo di composti atti ad aumentare la sensibilità periferica all’insulina, vale a dire verso il fenomeno dell’insulinoresistenza. Questa anomalia metabolica, che si determina quando il pancreas produce sufficiente insulina, anzi anche in eccesso, ma l’organismo non riesce ad utilizzarla, caratterizza gran parte dei pazienti con diabete di tipo 2. L’insulinoresistenza va scoperta il più precocemente possibile. Infatti questo fenomeno subentra ben prima dell’esordio della malattia (anche 5-20 anni prima). Per questo gli sforzi della farmacologia del diabete di tipo 2 sono orientati allo sviluppo di molecole che non si limitino al controllo della produzione insulinemica, ma che agiscano anche sui meccanismi dell’insulino-resistenza. Si tratta un fattore di estrema importanza che il medico dovrebbe testare soprattutto quando ha di fronte un paziente obeso o iperteso o con livelli di colesterolo e uricemia elevati. E’ infatti un importante fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.
Oggi si parla di sindrome da insulinoresistenza in quanto il fenomeno si accompagna ad una serie di condizioni metaboliche che comprendono l’ipertensione, l’obesità,. l’iperinsulinemia, l’ipertrigliceridemia, l’iperglicemia e l’anemia.
Il Verona Diabetes Study, un’indagine su 7500 pazienti, ha dimostrato pazienti diabetici insulinoresistenza hanno un rischio aumentato del 40% di morire per problemi di tipo cardiovascolare.
Recentemente sono stati messi a punto promettenti principi attivi della famiglia dei tiazolidinedioni o glitazoni, capaci di ridurre l’insulinoresistenza e di conseguenza l’iperglicemia.
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